Camillo De Nardis e il teatro abruzzese: la “Stella”
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Camillo De Nardis e il teatro abruzzese: la “Stella”
Studio su Camillo De Nardis e il dramma musicale "Stella" (1898)
di Angelo Iocco22 Settembre 20268 min di lettura

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Camillo De Nardis e il teatro abruzzese: la “Stella”
Tra i personaggi del mondo musicale abruzzese, ricordiamo Camillo De Nardis (1857-1951). Camillo nacque a Orsogna, era il figlio di Flavio de Nardis e Maria di Giovanni. Il padre era un Maresciallo della Guardia nazionale piemontese, trasferito da Bucchianico a Orsogna per la repressione del brigantaggio. In giovane età, De Nardis si trasferì a Napoli con la famiglia per motivi di lavoro del padre. Qui impara l’armonia e il contrappunto presso il Conservatorio San Pietro a Majella.
Ha insegnato al conservatorio San Pietro a Majella di Napoli tra il 1882 e il 1884, all’Accademia militare della Nunziatella nel 1885, e al conservatorio di Palermo tra il 1892 e il 1897. Dal 1907 al 1922 ha ripreso la docenza nel Conservatorio di Napoli dove ha ricoperto la carica di vice-direttore succedendo a Paolo Serrao, fino al 1929. Fu autore di un trattato di armonia pubblicato da Ricordi solo nel 1921. Scrisse inoltre musica sacra, da camera, e revisioni di musiche per clavicembalo. Introdusse spesso nella sua musica elementi tratti dalla tradizione popolare abruzzese: Il suo lavoro orchestrale Scene abruzzesi, due suites per orchestra sinfonica, è altresì edito dalla Ricordi. Nel 1879 vinse un concorso bandistico a Torino col poema sinfonico per banda Giudizio universale, ancora oggi eseguito nei repertori di concerto. Nel 1879 De Nardis presentò al Teatrino del Conservatorio l’operetta buffa Un bagno freddo, riscuotendo notevole successo. Tra le opere di maggior respiro operistico del De Nardis, abbiamo la Stella, rappresentata al Marrucino di Chieti nel 1898.
Stella, dramma lirico in 3 atti, fu scritto da Paolo D’Elsa, da un originale di Francesco Gabriello Starace (1848-1909), e rappresentato nel 1898. Probabilmente il modello napoletano fu il dramma in 3 atti ‘Gnesella dello Starace. L’ambientazione risente molto della corrente verista, in cui l’attenzione dei letterati si focalizzava nel descrivere situazioni popolaresche, o borghesi, in tutte le loro sfaccettature. Spesso e volentieri sfaccettature negative, fatte di omicidi, povertà, violenza e morte. Giovanni Verga nel 1883 pubblicava la novella Tentazione!, incentrato su una violenza sessuale ai danni di una popolana, suscitando scandalo.
La protagonista è Stella, soprano, una lavoratrice umile, tormentata da Grazia infima usuraia (contralto), e da Rosetta sua figlia (mezzosoprano). Ama Luigi, operaio (tenore), ma a guastare i piani sarà il bandito Vincenzo (baritono). La scena dell’atto I° riprende molto dalla Cavelleria del Verga: una piazzetta con delle case attorno, un’edicola votiva della Madonna, la casa dell’usuraia, tipicamente abruzzese è anche l’invocazione iniziale:
O Madonna m’ajuta! Nel suo core
Tu poni la pietà! … Mio padre muore
Se non ha pane…
È l’invocazione di Stella per non essere sfrattata, poiché ha il padre malato. Grazia non ne vuole sapere, al che Stella si abbandona a un triste soliloquio. Giunge la figura che funge da ago della bilancia, almeno nei primi due atti: il Maestro, un vecchio saggio e buono che ha compassione per Stella. Vincenzo, rude bandito, lo invita a diversirsi con lui e gli amici all’osteria, ma egli, accompagnato da un’orchestrazione svelta del De Nardis, se la svigna a gomitate.
Il Coro, come elemento che porta l’equilibrio, e che si afferma come la coscienza dei personaggi, chiede a Vincenzo del suo passato. Il bandito racconta le sue tristi avventure. Ecco alcuni versi:
In un selvaggio piano
Io nacqui un triste giorno:
Fischiava l’uragano
Alla mia culla intorno.
La rupe e il burrone
Mi videro bambino:
Faceva l’aquilone
Giocondo il mio camino.
Se da un lato il patetismo dei versi è congeniale alla giustificazione, da parte di Vincenzo, del suo essere crudele e violento, perché sin da piccolo non conobbe che travaglio e sofferenza, dall’altro notiamo come il dramma risponda a quei precisi canoni del naturalismo esasperante. La natura è matrigna. Recita una battuta: “selvaggio piano – fischiava l’uragano – faceva l’aquilone giocondo il mio camino”.
Leggendo le novelle di Domenico Ciampoli atessano (1865-1929), ci sovvengono diverse sue novelle abruzzesi ispirate al verismo. L’infanzia selvaggia di Vincenzo corrisponde al suo Sylvanus (cfr. Trecce nere, rist. Chieti, Vecchio faggio, 1990), oppure la misera Stella, figura innocente che però si trasformerà in un essere violento per ragioni di onore, il cui correlativo ciampoliano è la protagonista de La mietritrice (ivi, alla voce). Mentre l’iniziale preghiera rituale alla Madonna, omaggio borghese alla devozione popolaresca degli abruzzesi, così sentimentale e schietta verso la Mamma Celeste, trova corrispondenze con la parte iniziale della novella La maggiorana (in Fiabe abruzzesi, rist. Chieti, Solfanelli, 2024). Cambia solamente il desiderio, in Ciampoli la poveretta crede di trovare uno sposo, ma troverà la morte, mentre Stella vuole sposarsi per avere maggiore stabilità economica per avere un tetto sotto cui accudire il malato padre.
Il dramma per certi versi sembra anticipare quello de La figlia di Jorio del D’Annunzio (1904), seppur con i dovuti distinguo; poiché in D’Annunzio Mila di Codro appare come un’eroina che genera scompiglio e spezza gli equilibri del rito più sacro dei Sacramenti, il matrimonio tra Aligi e la sposa, facendolo cadere in errore. E a causa dei suoi misfatti, Mila, come capro espiatorio, si offrirà spontaneamente alla fine della storia per riportare l’equilibrio da lei manomesso. In Stella è il destino crudele che porta Vincenzo, violento e non corrisposto da Stella, a violentarla. E lei, per riacquistare l’onore, lo ucciderà.
L’opera fu ottimamente recensita in L’Arte da Paolo Cassi per la rappresentazione al Teatro lirico di Milano:
“L’azione si svolge in un villaggio dell’Abruzzo. Stella, povera lavoratrice dei campi, che vive fra il suo lavoro e l’amore verso il proprio padre, vecchio e cadente, ama, riamata, Luigi, operaio giovane e affettuoso, col quale si dovrebbe presto unire in matrimonio. Ma ad abbuiare il bell’orizzonte roseo di Stella, compare d’improvviso Vincenzo, un bandito, che un giorno l’ha posseduta violentandola, o che oggi, nel rivederla dopo molti anni, la vuole ancora. D’altra parte, la bella Rosetta, più agiata di lei, ama pur essa Luigi e lo vorrebbe sposare. Per impedire che Luigi e Stella celebrino la loro unione, Vincenzo il bandito denuncerà i suoi rapporti intimi avuti con Stella. E così avviene. Mentre il padre di Stella muore, tra Vincenzo e Luigi passa tremenda la rivolazione della colpa di Stella, che Vincenzo getta come scherno o sfida, in faccia al rivale. Luigi inorridito parte, e decide di sposare Rosetta. E nel giorno del matrimonio, mentre i popolani celebrano con canti e suoni la lieta festa, Stella nel parossismo del dolore, visto Vincenzo tra la folla, gli si scaglia contro e l’uccide con una coltellata.”
Leggendo la trama, non possono non risalire alla mente gli echi di quel sapore rustico siciliano, che abbiamo imparato a conoscere con Giovanni Verga. E di fatti l’articolista più avanti accosta il dramma denardisiano alla Cavalleria rusticana musicata dal Mascagni. Pare, dall’articolista, che De Nardis avesse preso molta ispirazione da questo dramma, sapendo però realizzare delle efficienti collaborazioni per la sua eccellente bravura da contrappuntista, raggiungendo l’effetto di stupire e di addolorare nei momenti di maggior tensione. La parte della ragazza Stella fu affidata al soprano Emma Carelli (1877-1928), nota per aver eseguito un vasto repertorio verista.
Il dramma venne rencensito anche ne Il Giornale di Sicilia, an. XXXIX, n. 83, Palermo 23-24 marzo 1899. Ricorda Altomonte Costantini in un suo articolo sul Maestro, che il librettista Paolo D’Elsa era pseudonimo di Rocco Pagliara, giornalista e critico musicale, nonché direttore della biblioteca del Conservatorio di Napoli, collaboratore di varie testate napoletane. I bozzetti dei figurini per la rappresentazione, furono realizzati da Edoardo Dalbono, esposti lungamente nelle vetrine Marchionne a Chieti. Fu scelta una cantante di prim’ordine: Emma Carelli, e si disse che fu proprio Stella a rivelare le sue doti. L’esito del dramma fu clamoroso, tanto da soppiantare il successo della Manon Lescaut di Puccini, che veniva data nella stessa stagione al Marrucino. Beniamino Costantini ricordava che il Marrucino vibrava delle note sonore di De Nardis, e ridava agli abruzzesi quei suoni armoniosi, quelle melodie popolari che aveva appreso da bambino nel suo paese, e gli spettatori si sentivano più che orgogliosi di aver dato i natali a quella meraviglia. Il pubblico immediatamente memorizzò l’aria predominante: Son povero, lo sai, ma t’amo tanto. I due ebbero fitta corrispondenza, e spesso il Maestro si doleva di alcune manovre poco chiare, e di comodo, che già allora nel panorama teatrale agivano in sordina, specialmente per favorire un candidato al posto di un altro. In una lettera del 1917 così si lamentava:
“Povera nostra Arte in questo momento! Mi domandate dell’Augusteum? Una combriccola di cinque o sei maestri che si sono stabiliti in quell’ambiente che dovrebbe invece appartenere a tutti gli artisti d’Italia!”
L’opera veniva stampata a Lanciano dall’editore Carabba lo stesso anno. Grazie al collezionosta Giorgio Cornacchia, siamo venuti in possesso di un raro esemplare di proprietà Gustavo Carabba, dove sono annotati i nomi degli interpreti dell’edizione messa in scena al Teatro Fenaroli di Lanciano nel 1906. Stella fu interpretata da Maria Stuarda Savelli; Grazia l’usuraia da Elena Marenzi; Rosetta sua figlia da Maria Averza; Luigi l’operaio da Mario Edoardo Pagani; Vincenzo ex bandito da Giulio Manzi; il Maestro da Nazzareno Franchi. Il Direttore d’orchestra fu il Cav. Gino Golisciani.
Il testo è diAngelo IoccoCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico del Serpentario.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €
