Cinquantasei palchi e un lampadario della Scala: il teatro che Teramo ebbe per novantun anni
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Cinquantasei palchi e un lampadario della Scala: il teatro che Teramo ebbe per novantun anni
Inaugurato il 20 aprile 1868 con Un ballo in maschera, 608 posti, 56 palchi, il sipario di De Filippis Delfico: vita del teatro comunale di Teramo.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

La sera del 20 aprile 1868 l’impresario Carlo Gardini alzò il sipario su Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi. Teramo aspettava da ventotto anni. La pratica di un teatro pubblico si era aperta nel gennaio del 1840, sotto l’intendente borbonico Francesco Statella, i cantieri erano partiti nel 1841, si erano fermati nel 1845 per ordine di Ferdinando II, ed erano ripartiti soltanto nel 1861, a unità d’Italia fatta, per chiudersi nel 1866 con l’edificio finito e due anni di attesa prima della serata inaugurale. Con questa puntata apriamo una rubrica settimanale in quattro capitoli sulla vita, la morte e la seconda vita del teatro comunale di Teramo. Il riferimento fisso è il libro di Elso Simone Serpentini, della nostra redazione: Solo il piccone. Come abbattemmo il teatro comunale di Teramo (Artemia Nova Editrice, 2015), la ricostruzione documentaria di come la città arrivò a demolirlo. Prima di raccontare il piccone, però, bisogna sapere cosa c’era.
Teramo non partiva da zero. Una prima sala per le recite esisteva dal 1792 in casa Corradi, sull’attuale via Vittorio Veneto: un ambiente di fortuna, adattato, che per mezzo secolo bastò alle accademie e alle compagnie di passaggio. Fu proprio la sua angustia a spingere, negli anni Quaranta dell’Ottocento, la richiesta di un vero teatro pubblico, con progetti discussi, rivisti e accantonati, compreso quello promosso dal marchese di Spaccaforno. Il progetto definitivo portava la firma di Nicola Mezucelli, ingegnere teramano. L’edificio stava su corso San Giorgio, a due passi da piazza Garibaldi, dentro il corpo della città e non ai margini: chi usciva dal loggione si trovava sul corso, in mezzo ai caffè. La sala aveva la forma a ferro di cavallo dei teatri all’italiana, 608 posti a sedere, 56 palchi distribuiti su tre ordini e un loggione a prezzi ridotti, quello da cui il melodramma passava anche a chi non poteva permettersi il palco di famiglia. I cronisti dell’epoca lodarono l’acustica. Il palcoscenico misurava circa duecento metri quadrati e montava macchineria di prim’ordine: la cosiddetta macchina tiratutto per muovere le quinte in un colpo solo, più i congegni per tuoni, pioggia e saette. In platea stavano 160 sedie con braccioli, davanti al golfo dei musicisti ne stavano altre trenta, e la bocca d’opera era illuminata da 24 lampade a riverbero.
Due oggetti dicevano l’ambizione della commessa. Il sipario lo dipinse Bernardino De Filippis Delfico, con l’incoronazione di Francesco Petrarca in Campidoglio: un pittore di casa Delfico, la famiglia che aveva dato a Teramo il suo illuminismo. Il lampadario centrale venne invece da Milano, disegnato da Carlo Ferrario, scenografo della Scala, e realizzato da Antonio Pandiani in bronzo dorato, con cristalli e figure femminili a reggere le luci, per una spesa di circa cinquemila lire dell’epoca. Costò quanto una casa. Su quel lampadario torneremo nella prossima puntata, perché la sua fine, tra un deposito comunale, una delibera del 1960 e due versioni inconciliabili, è una storia dentro la storia.
Per novantun anni il teatro fece quello che fanno i teatri di provincia quando funzionano: stagioni liriche, compagnie di giro, beneficiate, veglioni. Passarono nomi grandi. Il tenore Angelo Masini, che aveva cantato per Verdi, la tragica Adelaide Ristori, il capocomico Ermete Zacconi. E passò Camilla Pasini, il soprano che il 1° febbraio 1896 al Regio di Torino aveva vestito per prima Musetta nella Bohème di Puccini: sposò l’avvocato teramano Muzio Muzii e legò il suo nome alla città. Nel 1906 l’appartamento del custode venne trasformato in un ridotto, la Sala della Cetra, con un palcoscenico proprio, un soppalco e un sipario dipinto da Gennaro Della Monica con l’immagine di Giannina Milli, l’improvvisatrice teramana che aveva incantato l’Italia risorgimentale. Lì provavano le filodrammatiche locali. Il teatro grande ospitava chi arrivava da fuori, la Sala della Cetra cresceva chi restava: un impianto a due gambe che oggi chiameremmo formazione, e che allora si chiamava semplicemente andare a teatro.
L’edificio serviva anche a cose che con la scena non c’entravano. Nel 1943 la Prefettura fece montare sul tetto una delle due sirene d’allarme antiaereo della città, smontata e restituita nel 1949: per sei anni il teatro suonò anche quella parte, l’urlo che mandava tutti nei rifugi. Sono dettagli d’archivio, li si trova nel fondo Mezucelli dell’Archivio di Stato di Teramo, e dicono una cosa precisa: quell’edificio stava in mezzo alla vita della città, nel bene e nell’allarme.
Il declino cominciò da una cabina di proiezione. Nel 1936 il teatro venne attrezzato a cinematografo e cambiò nome: Cineteatro Comunale. La pellicola costava meno di una compagnia, riempiva la sala tutte le sere e non chiedeva orchestra. Le stagioni di prosa e di lirica si diradarono fino all’ultima documentata, nel 1954; da lì al 1959 la sala di Mezucelli visse soltanto di proiezioni, con i palchi ottocenteschi intorno allo schermo. Non era un caso isolato. In quegli anni decine di teatri storici italiani facevano la stessa fine, sala per sala, e chi amministrava li guardava ormai come immobili da reddito, non come strumenti: di questo sguardo parleremo nella seconda puntata, perché è lo sguardo che tenne in mano il piccone.
La mattina del 30 novembre 1959 i demolitori entrarono in cantiere. Novantun anni dopo la sera di Gardini e di Verdi, il teatro di Mezucelli cominciò a scendere. Al suo posto sarebbero sorti un cineteatro moderno e un grande magazzino, la Standa, poi diventata OVS: la stessa insegna davanti alla quale, cinquantacinque anni più tardi, questa storia sarebbe ripartita da capo. Serpentini ha raccolto nelle sue pagine i verbali, i giornali e le voci di quella fine annunciata. Giovedì prossimo li apriamo: chi votò, come, e cosa scrisse la città il giorno dopo.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €
