Cinquemila canti e un’ortografia da inventare
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Antonio Casetti
Cinquemila canti e un’ortografia da inventare
Nel 1871 Casetti e Imbriani dovettero inventare l'ortografia di dialetti mai scritti, rileggendo le bozze a voce ai cantori: oltre cinquemila canti.
1 Ottobre 20262 min di lettura

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Quando Antonio Casetti e Vittorio Imbriani diedero alle stampe i Canti popolari delle provincie meridionali (Loescher, 1871), il problema non era trovare i canti: era scriverli. L’Avvertenza del primo volume lo dice senza pudori accademici: parecchi dei dialetti raccolti «non vennero mai scritti, che noi si sappia. Abbiam quindi spesso dovuto crearne l’ortografia; opera malagevole a coloro stessi che parlano un idioma dall’infanzia». La soluzione fu un controllo incrociato che oggi chiameremmo verifica sul campo: «si sono trasmesse le bozze a’ raccoglitori stessi; si è letti e riletti i canti a persone del luogo di provenienza».
Dietro i due nomi in copertina c’era una rete: il senatore Leopardi per Amatrice, il professor Pompeo Salvatore per Chieti, il duca Castromediano per Lecce e Caballino, maestre e signorine di paese per il resto. E una mole che spaventava gli stessi curatori: «Non è agevole cosa raccapezzarsi in mezzo ad oltre cinquemila fra canti e frammenti».
Ogni verso dialettale stampato in quel 1871 è dunque una decisione: un suono mai scritto prima, fissato con un apostrofo inventato apposta. Chi oggi cita quei canti come documenti maneggia in realtà una trascrizione di frontiera, fatta a orecchio e verificata a voce. La filologia della musica popolare è nata così: senza norme, con le bozze rilette ad alta voce a chi le aveva cantate.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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