Cocullo fuori stagione: il paese dei serpari negli altri undici mesi
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Cocullo fuori stagione: il paese dei serpari negli altri undici mesi
Cocullo dopo la festa del 1 maggio: i serpenti liberati dove erano stati presi, il monitoraggio con i microchip, San Domenico e un paese di 200 abitanti.

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A settembre Cocullo è un paese di circa duecento abitanti nelle montagne tra Sulmona e la Marsica, con i vicoli in pietra e il vento. I serpenti sono tornati ai muretti. Ognuno, per regola, è stato riportato dal suo serparo nel punto esatto in cui era stato catturato, perché il rito che il primo maggio riempie il paese di quindicimila persone ha un contratto preciso con gli animali che usa: si prendono, si mostrano, si restituiscono, si torna a cercarli l’anno dopo. Il resto dell’anno è il tempo di questo contratto, il tempo in cui il paese più fotografato d’Abruzzo torna a essere un borgo minuscolo di montagna e il rito continua sottotraccia, nelle pietraie e nei registri. Vale la pena guardarlo adesso. La festa dei serpari si capisce meglio nei mesi in cui non c’è.
La cattura comincia quando si scioglie la neve, verso la fine di marzo. I serpari battono le pietraie e i margini dei coltivi cercando quattro specie, tutte prive di veleno: il cervone, il saettone, il biacco e la biscia dal collare, con il cervone, tra i più grandi serpenti italiani, nel ruolo di protagonista. Gli animali vengono custoditi nei giorni che mancano alla festa e nutriti nel frattempo, poi il primo maggio salgono sulla statua di San Domenico e la avvolgono per tutta la processione, davanti ai fotografi arrivati da mezza Europa. Toccare la statua è parte del rito. Chi ci riesce, dice la tradizione raccolta sul posto, si libera per un anno della paura dei serpenti, e per molti visitatori quel gesto, allungare la mano verso il legno coperto di rettili vivi, è la ragione stessa della trasferta fino a un paese così piccolo. La data attuale è recente. Fino al 2011 la festa cadeva il primo giovedì di maggio; dal 2012 è stata fissata al primo maggio. Passata la processione, il ciclo si inverte: i serpenti tornano alle pietraie, i serpari al lavoro di tutti i giorni, il paese ai suoi duecento residenti, e per undici mesi il rapporto tra Cocullo e i suoi rettili resta una faccenda privata, fatta di conoscenza dei luoghi, di mani esperte e di silenzio.
San Domenico di Sora era un abate benedettino dell’XI secolo, fondatore di monasteri lungo le valli tra Lazio e Abruzzo, e il suo culto si è depositato lungo queste valli, a cominciare dal vicino eremo di Villalago, ciascun paese con la propria devozione particolare. A Cocullo le sue reliquie sono due, un molare e un ferro della sua mula, e attorno al dente si è costruita la parte più fisica della devozione: il giorno della festa i fedeli tirano con i denti la catenella della campanella nella cappella del santo, per proteggersi dal mal di denti, e raccolgono la terra della grotta dietro la nicchia, che si porta a casa contro i morsi e le febbri. Sono gesti documentati da più di un secolo di osservatori, dai raccoglitori ottocenteschi in avanti. I gesti non sono cambiati. Chi arriva a Cocullo in un giorno qualunque trova la campanella al suo posto. Si può entrare, guardare la catenella consumata, e contare a occhio quante bocche ci si sono strette.
Da una ventina d’anni il rito ha anche un registro scientifico. Attorno al 2008 è partito un monitoraggio condotto da erpetologi e biologi, tra cui Ernesto Filippi e Gianpaolo Montinaro, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise: nei due giorni prima della festa i serpenti catturati passano per una sala del Comune dove vengono misurati, sottoposti a tampone per verificare eventuali infezioni e in parte marcati con un microchip sottocutaneo, così da poterli riconoscere se ricompaiono negli anni successivi. In questi anni sono passati dal registro oltre duecento esemplari, e nelle cronache di qualche edizione si è arrivati a contare circa duecento serpenti portati in paese in un solo giorno, ciascuno con il suo serparo, ciascuno schedato prima di salire sulla statua. Il rilascio avviene il giorno dopo la processione, e ogni serparo riporta l’animale nel punto in cui l’aveva trovato. Le pubblicazioni uscite dal progetto riguardano la distribuzione delle specie e le strategie per conservarle, e il Comune ha attivato un progetto di tutela secondo la Direttiva Habitat europea. Il paradosso è solo apparente. Il paese che maneggia i serpenti è diventato, senza cercarlo, una stazione di monitoraggio faunistico, e la festa funziona ogni anno come un censimento involontario dei rettili della valle.
Il primo maggio i giornalisti contano gli obiettivi fotografici, e il rapporto tra abitanti e visitatori arriva a uno contro settantacinque. A settembre il rapporto si rovescia. Restano la cappella con la campanella, i serpari che rispondono alle domande dei pochi curiosi arrivati fuori tempo, e una candidatura all’UNESCO per il riconoscimento del rito come patrimonio immateriale, che il paese coltiva da anni insieme agli studiosi che lo frequentano. Resta anche la memoria lunga: i raccoglitori ottocenteschi annotavano già la festa, e il legame tra il santo e i rettili ha assorbito devozioni più antiche della parrocchia, come mostra la terra della grotta, un rimedio che con la liturgia ha poco da spartire. Ma il paese non vive in vetrina, e chi ci sale in questa stagione trova soprattutto la vita ordinaria di un comune montano che d’inverno conta le case accese. La chiesa apre, la corriera passa. La neve arriverà presto sui monti attorno. E a fine marzo, quando si ritirerà, qualcuno tornerà a guardare tra le pietre.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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