Giulio Sigismondi e la “Canzone narrativa abruzzese”
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Giulio Sigismondi e la “Canzone narrativa abruzzese”
Studio sulla canzone abruzzese e sul teatro diaettale di Giulio Sigismondi
di Angelo Iocco19 Settembre 202610 min di lettura

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Giulio Sigisimondi e la “Canzone narrativa abruzzese”
Giulio Sigismondi (1893-1966) qualche anno più tardi le rappresentazioni dei drammi dialettali di Cesare De Titta (A la fonte – La scunscordie, Lanciano 1920), proponeva al teatro Fenaroli: Passe l’angele e dice “ammèn” (bozzetto drammatico in un atto); Lu jènche (commedia in un atto); e infine Lu trabbocche (1923).
Sigismondi è da considerarsi un buon seguace del De Titta, anche se naturalmente le caratteristiche del suo teatro sono differenti per scelte stilistiche e tematiche. L’embrione da cui partire, analizzando Passe l’angele ecc., è sempre legato al contesto della Maggiolata, cui fece rimando anche De Titta per le scenette corali, con i testi delle sue canzoni presentate a Ortona. Qui Sigismondi sembra creare il germe di una sua canzone che trionferà alla Maggiolata del 1952: Fusare ‘nnammurate, scritto con la figlia Mirella. La cosa non ci stupisce, cioè l’uso perfettamente equilibrato di “autoimprestiti”, poiché se De Titta fu considerato il poeta che coadiuvò la tradizione metrica classica al vernacolo, Sigismondi con Della Porta fu tra gli autori più ispirati e più popolari. Sigismondi, come ha ricordato diverse volte anche il figlio Virgilio, aveva una gestualità teatrale unica, ed era un uomo del pubblico, abituatissimo insieme al fratello Aristide a calcare i palchi, a raccontare, mimare scenette e bozzetti di vita quotidiana, con battute spiritose, oppure a essere un poeta sorprendentemente melanconico e lirico, affrontando sia argomenti burleschi che situazioni assai tristi e drammatiche, se non tragiche! Molti suoi testi per musica non a caso, riportano il sottotitolo di “canzone narrativa”, come: Il messine (IV Maggiolata, 1923), L’Angele de la bona nove (1923), La semene (VII Maggiolata, 1926), ‘N cime a la Majelle (IX Maggiolata 1928), tutte musicate da Arturo De Cecco; oppure: La palummella perdute (IV Maggiolata, 1923), Lu Pescatore (VIII Maggiolata, 1927); A la puteche di Mastre Cardille (Maggiolata del 1947), Lu ponte (Maggiolata del 1948), tutte musiche da Guido Albanese. Infatti Sigismondi racconta una situazione semplice, che si anima, fa cantare una persona unica, accompagnata da coro, o anche due, come ne Lu ponte (tipica canzonetta a dispetto, di tradizione popolare). Ci sarebbe anche da fare un lungo discorso sul fatto che anche Sigismondi attinse assai alla tradizione popolare, forse ancor più di De Titta: e lo vediamo nelle invocazioni a S. Giovanni e S. Martino ne La semene; o nella dichiarazione di poetica del ritornello di Canzuna nustre (1922): “chi ha date sta vene a li pujite? / E sti note chi è che l’ha turnite? / E’ stu mare che cante e sta muntagne” ecc.; oppure ne La cujjeture de la ‘live con musica di Tommaso Coccione, dedicata alla raccolta delle olive a settembre. Il discorso purtroppo sarebbe argomento di trattazione a parte.
Torniamo a Passe l’angele. I personaggi sono 6: Za Camille (la madre), Jane, ‘Ngelelle (la figlia di zà Camille), Cummare Richette, lu Fusare, ‘Ndrèje (il giovane). Già nella prima scena, del saluto di Richette alla mamma e la figlia Ngellelle assaporiamo il tipico ambiente rustico di paese, molto religioso, pieno di invocazioni e rimandi alla Bontà Divina e all’intervento della Provvidenza, con gli auguri dell’abbondanza invocando S. Martino. Zà Camille vorrebbe che la figlia si sposasse, essendo in età da marito. Non mancano i classici proverbi popolari: “lu pare a lu paricchie e lu fuse a le vertecchie”. Occorre trovare un buon giovane giudizioso, e non solamente ricco. Per questo si esclama: “pozza passà l’angele e dìce ammèn”, cioè, un augurio che possa compirsi il volere di Dio alle preghiere dei fedeli. Viene chiamato il fusaro, che giunge con la bisaccia degli arnesi. Si presenta, è un giovane della montagna, di Pretoro, ha avuto una infanzia sfortunata, perché l’ultimo suo caro, il padre, è morto pochi mesi prima. Con la sua abilità fa commuovere Ngelelle, e quando compie il suo lavoro, dando il mortaio per la cucina, chiede del pane. Zà Camille si indispettisce, e le grida che:
“Se stisse appresse a li puviritte, ‘isse ‘n pezzentarìje!”.
Nel 4° episodio c’è un breve soliloquio di Ngelelle, che prova pena per quel giovanotto che vive solo in montagna, al freddo e fra i lupi, per poco mangiare, ed ecco che nell’episodio successivo ritorna il fusaro, e i due ragazzi stanno insieme a chiacchierare: il fusaro le regala una cornicetta di legno intagliata da lui, dove può mettere il ritratto del suo futuro sposo. Ma Ngellelle ingenua gli dice che è ancora nubile, allora il fusaro le racconta della dura e faticosa vita di montagna, che nulla porta di guadagno:
“L’immerne ci fa nu fredde, e na neve che ‘n si po’ ‘scì fore! La ‘state, quande s’incalle, chèle prete!”.
Ma non vuole lasciare il suo paese, perché è come se la forza degli spiriti dei suoi genitori gli dessero la forza per tirare avanti. Ngelelle vede sulla sua mano una macchia, e il fusaro risponde che è un marchio di S. Reparata, fattogli da Filippe lu sciangàte di Ruvatte (Rogatti di Ortona), usato come elemento contro il malocchio. Quando sta tornando zà Camille, il fusaro se ne rivà via, e poco dopo entrano Jane, il padre di Ngelelle, e Ndreje de lu Sguaste, che propone a zà Camille di far sposare a Ngellelle il figlio di Ndreje Raffajellucce. Zà Camille è lusingata, mentre Ngelelle turbatissima, che tiene nascosta la cornice porta-ritratto. Non profferisce parola per tutta la scena, dove tutti sono felici perché domani si farà “lu conoscimente”. Nell’ultima scena, quando tutti sono via, e zà Camille si appresta a preparare delle crispelle per festeggiare, Ngelelle, silente e risoluta nel suo orgoglio, e scoppia in pianto, gridando:
“Nen le vojje Raffajellucce, nen le vojje lu fije de lu Sguaste!”.
Nella seconda parte, più breve, come nel bozzetto A la fonte di De Titta, la scena cambia, e si entra nel vero del dramma, di nuovo Richette e zà Camille si confrontano, ora non sono felici, perché la mamma racconta che Ngelelle da quel giorno della visita di Jane, non è più la stessa, è cambiata, turbata, non canta più. Richette cerca di dare la spiegazione al “cattivo movimento delle stelle”, ma zà Camille sospetta dell’altro. infatti lei è innamorata del fusaro, di uno “diseredato” che vive isolato nei monti, e nonostante lo stesso parroco di Rogatti sia giunto a cercare di farle mettere giudizio, Ngelelle non ha voluto sentire ragioni. Ecco che giunge Ngelelle, vestita di nero, pallida e smunta, da far trasalire le due donne, e dice:
“Mamme…zà Camille: ca nen te pozze cchiù chiamà “mamme”, ca nen le merite. J’ so’ menute a sta case no ccome na fijje, ma come na serve. M’aje rotte li pite pe’ caminà, pe’ menirt’a cercà lu perdone prime che me more…”
Immaginiamoci questa scena, una figlia che rivela il suo turbamento in così poche parole, che dichiara apertamente il troncamento di quel legame filiale con la propria madre, che compie quell’atto così sacrilego di abbandono del tetto familiare per un amore e una passione “malata” che la porterà alla distruzione. E Ngelelle continua, raccontando come sono andati i fatti (altra chiara ripresa del Sigismondi del teatro tragico classico), che lei era andata a trovare il fusaro, che tuttavia aveva ricevuto un marchio “dell’angelo nero” perché mentre tagliava con l’accetta, si ferì seriamente:
“J’à scappate l’asce da la mane, ‘jà fatte la ‘ntacche…du misce nche la risibbele. L’angele nere avvunìte nche le streghe je s’ha succhiate lu sanghe”.
E mentre la madre si lamenta, la commare ripete quasi a preghiera di scongiuro:
“La stella malamente! La stella malamente!”.
Ormai però non c’è nulla da fare, con un ultimo gesto, Ngelelle sembra volersi riconciliare con la madre, ma dice che ormai le ricchezze, il letto buono dello sposo, non fanno per lei, perché sta per morire di dolore, e si avvia in camera, aspettando l’angelo. Mentre zà Camille prega, giunge Jane, ancora furente perché Ngelelle, rifiutando Raffajellucce, ha portato disonore nella sua casa. Ma gli viene spiegato che la Madonna ha fatto la grazia, che ora tutto è perdonato, e che adesso la perdonasse anche lui. Così zà Camille prende Ngelelle e la spinge ad abbracciare il padre, e a rinsaldare quel legame familiare che tutto perdona. Anche Sigismondi dimostra insomma di aver ben chiaro il dramma, specialmente quello “patetico” nel vero senso del termine, memore degli anni trascorsi a Napoli, dove ebbe modo di vedere le macchiette e le sceneggiate di De Muto o di Raffaele Viviani e le sue macchiette.
Lu Jenche invece è una commedia breve del 1920, ambientata nella casa di un contadino arricchito, zì Giuvanne, nella di cui sala pendono i ritratti di vari eroi, tra cui Marx. Nella sua stanza irrompono vari personaggi del paese, Francische, Ruccucce, Raffajele, che parlano della “politica del salasso” praticata dagli amministratori. I socialisti si contrano con l’idea della Chiesa cattolica, vera nemica del progresso, ma ecco che giunge furioso don Saverie, che appare come un comico personaggio del celebre romanzo di Manzoni, nell’atto di difendere il Cristianesimo; poi giunge il sindaco don Fileteche, che cerca di abbozzare un discorso, lui che si vanta di aver studiato, ma finisce per perdersi in un calderone di luoghi comuni e banalità, ed errori di sintassi! Infine l’unico che sembra assennato è Carminucce, che amministra i beni di zì Giuvanne. Egli è l’unico a cogliere il vero malessere della povera gente, perché lui è l’unico che è veramente a contatto con loro, dovendo sgobbare per tutti. La fiera degli interessi del popolino, incentrati solo sul loro tornaconto personale, in una incomunicabilità di idee, accomunate solamente dall’interesse del proprio “portafoglio”, raggiunge l’apoteosi quando l’asino (lu jenche) del padrone è ammalato, e ha dolore di pancia, e zì Giuvanne teme che morirà. Ma tutto si risolve felicemente quando Carminucce dice: “lu jenche ha fatte!”, allora tutti si producono in acclamazioni di festa, perché l’asino è ancora vivo e sano. Questa commedia, per lo sperimentalismo dei personaggi, nella tipizzazione farsesca di personaggi delle cariche rappresentative di una comunità, come il sindaco don Fileteche, o il prete don Saverie, si avvicina molto alle qualità del Teatro del Di Loreto. Anche in lui troviamo le figure dei bozzetti del sindaco, del deputato della festa, del maestro d’orchestra in La feste di Sante Rocche, o lo zio d’America che alterna uno slang decisamente comico di inglese, italiano e dialetto nella scena della stazione in Filadelfia-Napoli-Borgomatto. Questi topoi ricorrono in quasi tutta la sua produzione comica e operettistica, con una chiarezza e una freschezza che sono riuscite a superare la barriera del tempo. Chiuso questa dissertazione sulla poetica teatrale del Sigismondi con un a poesia inedita, estratta dalla voce stessa del poeta, estratta da una registrazione originale su disco LP, eseguita durante uan performance al 1° Festival della Canzone abruzzese-molisana di Vasto del 1955, per cui ringraziamo vivamente il figlio Virgilio Sigismondi, che ci ha concesso di accedere al suo archivio:
“Ecco le ultime mie cose. È un’allegoria per dire, una specie di indovinello. Io mi sono elevato con la mente al di sopra, come se avessi preso un aeroplano, e in altezza ho visto qualche cosa, qualche signore, qualche donna. E quindi ho almanaccato, ho sgonato, ho cominciato insomma a descrivere, e ho detto:
Quande Dòmmene Ddìje fece stu monne,
A lu centre ce mise na Signore:
Nche l’acqua profumate, tonna-tonne,
Nchi li capille trapuntate d’ore:
Trapuntate di notte da le stelle,
Di jorne da la neve arilucente,
Accarezzate da nu venticelle liggiere
U’ da levènte, ‘ da ponente.
Gni ddu radeche firme, piantate
Li chième da la valle di Scirocche:
Vracce lunghe lunghe allarhàte
De qua, di là ugne cuntrade tocche.
Te’ rraggione sta galanta Donne
Che n’antiche parlature ci vè da tutte parte
De lu monne, pe’ puterce m’parà, ricche signore.
O gente che menète a stu pajèse
Llà da terre da nu, llà da mare,
Sta manne è pur’avvù care na prese
Che di bellezze nin ci sta lu pare.
Vi piace nche la faccia angellicate
Nche lu judizie, nche lu tratte fine,
Piace pe’ lu cante appassiunate
Che l’aneme ti tocche, e ti trattiene.
Ma ‘ddò le viène la vene a sta Signore?
Queste avet’a sapè de retruvà:
Sentete tumm’e tumme lu core
Sott’a la sisa manche a tuzzelà:
lLa maielle chiamètele sta sise:
Lu core di sta donne è Abbruzzise!”
Il testo è diAngelo IoccoCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico del Serpentario.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €
