I canti popolari abruzzesi secondo Gennaro Finamore (1880)
← Serpentario
In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
I canti popolari abruzzesi secondo Gennaro Finamore (1880)
Medico e lessicografo, Gennaro Finamore raccolse nel 1880 i canti popolari abruzzesi e ne descrisse il carattere. Cosa scrisse, e cosa resta di quella raccolta.
Gennaro Finamore (Gessopalena, 11 agosto 1836 – Lanciano, 9 luglio 1923) è stato un medico, antropologo e lessicografo abruzzese. Ha descritto assai bene il carattere dei canti popolari della sua regione. “Le nostre contadine” – scrive nel “Vocabolario dell’uso abruzzese” (Carabba, 1880) – “sono cantatrici indefesse. Cantano presso la culla e presso la tomba, in casa e all’aperto, lavorando, tacendo, pensando. Laboriosissime, frugali, bevono acqua, e s’inebriano di canto. Direbbesi che la prosa sia l’eccezione della loro vita: che serva a posare in terra quando è mestieri; e il canto l’ala che batte continuo sollevarne l’anima dalla misera realtà. Nondimeno sono restie a dettare i loro canti; quasi che un senso di pudore le trattenesse dallo scoprire ai profani la parte più gelosa ed intima di se medesime”.
Del popolo abruzzese, Finamore dice che è “mediocremente poeta e più trovatore”, e prende parte a modo suo dell’onda di poesia comune, nazionale, antica. Se resta lontano dalla vena inventiva e dall’attitudine compositiva e del genio artistico toscano, è perché esso più che alla parola bada al canto, come “universale parola del sentimento, con la quale anche l’intelletto meno svolto si riflette, ricerca ed agita il fondo infinito dell’anima e sente Dio che è il nucleo e la periferia del suo essere”.
Nel dolersi di non poter riprodurre le principali melodie dei bellissimi canti abruzzesi, Finamore dice che non si può sentirle senza provare una commozione profonda. Il popolo non si stacca mai o interamente mai dal suo passato e dal primo periodo della sua vita, dalla vita del sentimento e dell’affetto. I cori, gli accordi prevalentemente in tono minore, le cantilene ordinariamente poetiche, solo raramente briose, nella bella stagione risuonano per i campi insieme al gorgheggio degli uccelli, o nei silenzi delle calme e serene notti d’autunno.
Risvegliano, dice Finamore, nell’anima gli echi di un’età lontana, ravvivano le memorie della primavera della vita, quando batte all’unisono il cuore del popolo, quando ogni canto è una voce d’amore e i bambini vanno incontro alla vita al caldo dei baci materni. Sono canti che sgorgano dal petto della povera gente, che si sfama Dio sa come, quando si sfama, e dorme sulla paglia. Ma, dice ancora Finamore, come per la rondine è indifferente fare il nido sotto la gronda di una reggia o di un tugurio, perché il suo mondo è il nido, il mondo

del popolo è la famiglia, qui è il centro degli affetti e il luogo dell’anima.
“Canzòne” è, secondo Finamore, il nome generico dei canti abruzzesi, “stanzia” o “strofa” il nome dell’ottava e della sestina, “stanziòla” o “strofetta” quello della quartina e del distico, “canzuncìne” è il canto religioso. Quando si canta per “serenata”, la canzone è chiusa da una “partenza”, due versi rimati o assonanti. C’è in Abruzzo qualcosa che somiglia agli stornelli toscani, ma senza l’invocazione enfatica, vengono cantati alternando sovente un’arietta intercalare briosa. Le canzoni a sfogo di corruccio portavano il nome di “Suspètte” (sospetti, che sta per “despètte”), e sono, per lo più, roventi, non raramente fanno correre le fucilate e il coltello.
In tutte le canzoni abruzzesi ricorre spesso la parola “amore”, che sta per amante o amata, e corrisponde al toscano “damo” o “dama”.
ELSO SIMONE SERPENTINI
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario