Il bue che si inginocchia: San Zopito, un martire romano e la festa di Loreto Aprutino
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Il bue che si inginocchia: San Zopito, un martire romano e la festa di Loreto Aprutino
A Loreto Aprutino dal 1711 un bue bianco bardato, con un bambino vestito da angelo in groppa, si inginocchia davanti al busto di San Zopito: storia del rito.

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La settimana dei riti e del calendario comincia da una festa che a settembre non c’è, e proprio per questo si lascia guardare con calma. A Loreto Aprutino, in provincia di Pescara, il lunedì dopo la Pentecoste un bue bianco bardato a festa attraversa il paese con un bambino vestito da angelo in groppa, entra nello spazio davanti alla collegiata di San Pietro e si inginocchia davanti al busto d’argento di San Zopito. Lo fa da più di tre secoli. La data è mobile, come tutto ciò che dipende dalla Pasqua, e quest’anno è caduta a fine maggio; il meccanismo, invece, è fisso dal 1711, e vale la pena smontarlo pezzo per pezzo.
La storia comincia con una decisione amministrativa. Nel 1709 i notabili di Loreto si riunirono per dotare il paese di un nuovo patrono, e la scelta cadde su un giovane martire delle persecuzioni romane, Zopito, il cui nome gli studiosi hanno a lungo fatto derivare da un equivoco di lettura: sopitus in Domino, addormentato nel Signore, la formula incisa su una sepoltura delle catacombe di San Callisto. Una lapide greca ritrovata in seguito ha restituito al martire una identità più solida, quella di un ragazzo di circa vent’anni morto un 12 ottobre. Le reliquie arrivarono dalle catacombe romane il 25 maggio 1711, passando per Penne, e furono deposte nella collegiata di San Pietro Apostolo, dove più tardi venne realizzato per custodirle un busto d’argento dorato attribuito alla scuola napoletana di Giuseppe Sammartino. Fin qui, una traslazione come tante del primo Settecento. La differenza la fece un animale.
Racconta la tradizione locale che al passaggio dell’urna, nel 1711, un bue che pascolava nei campi si staccò dal suo conduttore e si inginocchiò davanti alle reliquie. Il paese prese l’inchino come un segno. Da allora la genuflessione si ripete ogni anno per mano, anzi per zampa, di un bue vero: un animale bianco, scelto e preparato per tempo, coperto da una gualdrappa e condotto in processione con un bambino in groppa vestito di bianco, l’angioletto, mentre i suonatori di zampogna accompagnano il corteo per le vie del paese e per i campi, con una sosta anche alla chiesa di Sant’Antonio. La festa vera dura tre giorni, con le luminarie e i concerti attorno al lunedì del bue, e i cronisti locali tengono il conto degli anni come si fa con i compleanni, tanto che nel 2024 i giornali abruzzesi titolavano sui trecentotredici anni dell’inginocchiatura. Davanti al santo, il bue piega le zampe anteriori e china la testa. La folla aspetta esattamente quel momento, e i contadini di una volta aspettavano anche il seguito: dallo sterco lasciato dall’animale lungo il percorso si traevano auspici sul raccolto dell’annata, secondo una lettura che gli studiosi della festa considerano il nocciolo agrario del rito. Il santo è arrivato nel 1711. Il bue, con ogni probabilità, aspettava da prima.
La festa si celebra il lunedì di Pentecoste, cioè tra maggio e giugno, nel pieno della stagione in cui il grano si decide, e commemora l’arrivo delle reliquie del 25 maggio più che la morte del martire, che il calendario fisserebbe in ottobre. È una scelta che dice molto di come i paesi costruivano i loro calendari: la data conta se cade nel punto giusto dell’anno agrario, e un patrono nuovo si innesta dove il ciclo delle campagne ha già un nodo. L’animale che si inginocchia davanti alle reliquie è un motivo che le vite dei santi conoscono da secoli, ma a Loreto il motivo è diventato un appuntamento fisso, con un bue in carne e ossa che ogni anno deve rifare il gesto a comando, davanti a migliaia di persone, senza spaventarsi per gli spari e per la folla. L’animale da lavoro portato in chiesa, il bambino vestito da angelo, gli auspici sul raccolto: gli interpreti della festa vi leggono, sotto il vestito devozionale, un rito di fertilità e di primavera, e la convivenza tra i due piani non ha mai disturbato nessuno, a cominciare dai parroci. Nel 2003 la festa è diventata anche un documentario, Il bue di San Zopito. Le voci della festa, che ha fissato su pellicola i gesti e i suoni del rito. Le voci, appunto. Perché attorno al bue si canta e si suona, con le zampogne in testa al corteo, come in ogni festa grande d’Abruzzo.
Vista da qui, a raccolto finito, la festa di San Zopito mostra bene la sua funzione di cerniera: a fine maggio il paese chiedeva al santo, tramite il bue, notizie sull’annata che stava maturando, e a settembre l’annata dà la risposta, nei magazzini pieni o vuoti. Il rito e il raccolto stanno alle due estremità della stessa estate. Il paese, nel frattempo, resta uno dei centri dell’olio più noti d’Abruzzo, e la stagione che si apre adesso, quella delle olive, riempirà i frantoi molto prima che il bue torni in strada. Chi volesse vedere il prossimo inchino ha già una data certa, perché il calendario liturgico si calcola con anni di anticipo: il lunedì di Pentecoste del 2027 cadrà il 17 maggio. A Loreto Aprutino, salvo rivoluzioni, un bue bianco verrà scelto e preparato con cura per quel giorno, un bambino proverà il vestito da angelo, e i suonatori di zampogna accorderanno gli otri come si fa dal 1711. Trecentosedici anni, e l’inchino non è ancora invecchiato.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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