Il cavalluccio che entrò nel mare e mise le ali
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Il cavalluccio che entrò nel mare e mise le ali
Un re che vuole accasarsi, un mare da attraversare e un cavallino che mette le ali: la fiaba abruzzese del cavalluccio fatato secondo Antonio De Nino.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

C’era un re che voleva accasarsi. Comincia così, nel terzo volume degli Usi e costumi abruzzesi di Antonio De Nino, la fiaba del Cavalluccio fatato, alle pagine 209-212. Il re parla con il suo fattore, e il fattore possiede la risorsa decisiva della storia: un cavalluccio fatato, che viene consegnato con una battuta sola, «Eccoti il Cavalluccio». Un cavalluccio e basta, con il diminutivo che in Abruzzo si usa per la bestia di casa, quella che porta l’uomo alla fiera e il grano al mulino.
Il prodigio arriva senza annunci. Il cavalluccio entra nel mare come altri cavalli entrano in un guado, e si ferma davanti al palazzo delle fate con la sicurezza di chi conosce l’indirizzo; quando la strada finisce, mette le ali. Seguono le prove che nelle fiabe toccano a chi vuole sposarsi al di sopra del proprio stato: una corona perduta da ritrovare, un anello perduto da ripescare, e il cavalluccio che galoppa di qua e di là mentre il suo cavaliere passa di pericolo in pericolo. C’è perfino una prova del fuoco, e anche lì è la bestia a tirare fuori intero il suo uomo.
Il cavalluccio ha molti colleghi. Le fiabe abruzzesi raccolte da De Nino sono piene di aiutanti fatati che portano i vestiti del mondo contadino: un vecchio fatato che dà consigli a chi deve derubare un Orco, un uccelletto fatato che ascolta le pene di uno sposo infelice, un anello fatato che passa di mano in mano, e perfino uno specchio fatato, che nella Valle Peligna è il soprannome di un lago. In una regione che misurava le giornate in some e in basti, l’aiuto magico non poteva che avere quattro zampe e la pazienza delle bestie da lavoro.
Chi raccontava non diede mai al cavalluccio un nome proprio. Gli lasciò il diminutivo, che è già un giudizio: il prodigio abita il più familiare dei compagni di strada. Chi ascoltava la storia accanto al fuoco aveva la stalla a dieci passi, con dentro una bestia uguale a quella della fiaba, ali escluse. Il mare, il palazzo delle fate e le ali cominciavano lì, alle pagine 209-212 di un libro di fiabe raccolte in Abruzzo.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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