L’INAIL, il condominio, due parcheggi: indirizzi italiani dove prima si andava a teatro
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Genova
L’INAIL, il condominio, due parcheggi: indirizzi italiani dove prima si andava a teatro
Roma 1929, Genova 1942, Vicenza 1944, Pescara 1963: quattro teatri scomparsi, cosa fu costruito al loro posto e il caso rovesciato di Teramo.

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Con questo articolo apre una rubrica mensile. Si chiama Al posto del teatro e farà una cosa sola: andare a vedere, città per città, quali teatri italiani sono stati abbattuti nel Novecento e cosa è stato costruito sopra le loro fondamenta. Non un repertorio di rimpianti, un inventario di indirizzi. Ogni caso avrà date verificate e fonti citate, perché la retorica della perdita è facile e i numeri civici no. Cominciamo con un giro largo, Roma, Vicenza, Genova, Pescara, e chiudiamo su Teramo, dove questa vicenda ha preso la piega più strana d’Italia. Per la parte teramana il riferimento resta il libro di Elso Simone Serpentini, della nostra redazione, Solo il piccone. Come abbattemmo il teatro comunale di Teramo (Artemia Nova Editrice, 2015).
Il Teatro Drammatico Nazionale fu inaugurato nel luglio del 1886 con La locandiera di Goldoni, affidata alla Compagnia Drammatica Nazionale. Lo aveva disegnato Francesco Azzurri su commissione di Eugenio Tibaldi: facciata neoclassica su due livelli di archi, sala a ferro di cavallo, tre ordini di palchi, una grande scala interna per assorbire il dislivello della strada. Nel 1896 vi debuttò il Chatterton di Leoncavallo. Trent’anni dopo la concorrenza si era fatta doppia: da un lato il vicino Eliseo, dall’altro il cinematografo, che il regime finanziava volentieri. Il Drammatico Nazionale chiuse nel 1929 e venne demolito. Nel 1934, sul suo sedime, fu costruito il palazzo dell’INAIL. Chi oggi percorre quel tratto tra via Nazionale e via IV Novembre cammina davanti a uffici assicurativi dove Tina Di Lorenzo, ancora nel 1926, recitava il ruolo che l’aveva resa celebre.
Non tutti i teatri perduti li ha tirati giù un piccone a freddo. Alcuni li aprì la guerra, e fu il dopoguerra a decidere di non richiuderli. Il Teatro Eretenio di Vicenza era del 1784, inaugurato il 10 luglio con L’Olimpiade di Domenico Cimarosa: milleduecento posti tra palchi, platea e loggione, e un’acustica che secondo le cronache lasciava sentire fino in soffitta i respiri degli attori. La sera del 2 aprile 1944, alle 21.30, le bombe alleate lo colpirono e ne lasciarono in piedi soltanto i muri perimetrali. Quei muri si potevano ricostruire. Non accadde. Oggi sul sedime c’è un parcheggio che ne porta il nome, con qualche resto delle fondazioni e dell’ingresso a vista. A Genova la parabola è quasi sovrapponibile. Il Teatro Paganini di via Caffaro, aperto il 9 aprile 1855 con Rigoletto, aveva ospitato nel marzo 1862 un’assemblea presieduta da Garibaldi e, il 26 novembre 1881, la prima genovese della Carmen, con Friedrich Nietzsche seduto in sala. Fu distrutto dai bombardamenti del 23 e 24 ottobre 1942, insieme al suo archivio storico. Nessuno lo ricostruì. Al civico 10 sorse un edificio residenziale di linea razionalista: appartamenti sopra il punto esatto in cui il filosofo ascoltò Bizet.
Il caso più vicino a noi è anche il più rapido. Il Teatro Pomponi sorgeva sul lungomare di Pescara, dove prima stava il padiglione marino: l’imprenditore Teodorico Pomponi lo tirò su nel 1923, in sessanta giorni, su 2.600 metri quadrati di suolo demaniale. Per quarant’anni fu la sala grande della città, varietà, lirica, comizi, cinema. L’ultimo spettacolo andò in scena il 4 giugno 1963. Pochi giorni prima, il 28 maggio, il sindaco Vincenzo Mariani ne aveva ordinato lo sgombero per inadeguatezza strutturale; a fine settembre dello stesso anno il vicesindaco Evo Di Blasio firmò l’ordine di demolizione e l’edificio venne abbattuto con cariche esplosive. Il progetto che giustificava la fretta prevedeva un albergo del gruppo Marzotto alto dodici piani, con oltre 250 camere e un cinema da 840 metri quadrati. L’albergo non si vede. Chi passa oggi da quelle parti trova un parcheggio, e la stampa pescarese, nel centenario del 2023, ha fatto i conti esatti: cento anni dalla nascita, sessanta dall’esplosivo.
Poi c’è Teramo, che a questa serie ha dato il caso limite. Il teatro comunale di corso San Giorgio, inaugurato il 20 aprile 1868 con Un ballo in maschera di Verdi, 608 posti e 56 palchi su progetto di Nicola Mezucelli, venne demolito a partire dal 30 novembre 1959 per decisione del consiglio comunale. Sul sedime furono costruiti un cineteatro moderno e un grande magazzino, la Standa, diventata poi OVS. Fin qui lo schema è quello nazionale: un palcoscenico sotto, un’attività più redditizia sopra. La differenza sta nel secondo tempo. Nel gennaio del 2014 un collettivo di artisti guidato da Enrico Melozzi occupò per quattordici giorni proprio quei locali ex OVS, ormai vuoti, chiedendo che tornassero a essere un teatro. Undici anni dopo i cantieri hanno dato ragione a quella richiesta: dal gennaio 2025 l’edificio commerciale è in demolizione e ricostruzione per fare posto al nuovo teatro comunale, circa 800 spettatori, un ridotto da 200 posti, ingresso di nuovo su corso San Giorgio, fine lavori prevista nel novembre 2027 con fondi PNRR per 10,7 milioni di euro.
Il cerchio, a Teramo, ha una geometria che nessun’altra città italiana può esibire. Nel 1959 si abbatté un teatro per costruirci un grande magazzino. Nel 2025 si è cominciato ad abbattere il grande magazzino per ricostruirci il teatro. Tra le due demolizioni passano sessantasei anni, due generazioni di teramani e un intero repertorio mai rappresentato. Le puntate della rubrica gemella, Solo il piccone, in uscita ogni giovedì di settembre, raccontano quella storia data per data. Qui, il mese prossimo, cambieremo città: l’inventario degli indirizzi è appena cominciato.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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