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L’opera arrivava con la banda: due secoli di fiati nelle piazze d’Abruzzo

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Abruzzo

L’opera arrivava con la banda: due secoli di fiati nelle piazze d’Abruzzo

Dal bandista di Introdacqua di fine Settecento alla Banda dell'Esercito a Pescara: il libro di Farias e Sanvitale e la cassa armonica delle feste di paese.

21 Settembre 20265 min di lettura
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21 Settembre 2026Serpentario
L’opera arrivava con la banda: due secoli di fiati nelle piazze d’Abruzzo

In un registro dei matrimoni di Introdacqua, conservato all’Archivio di Stato dell’Aquila, accanto al nome di uno sposo di fine Settecento compare una qualifica di mestiere: bandista. È la traccia più antica che gli studiosi abruzzesi abbiano trovato di un mondo che avrebbe dominato le piazze per due secoli, e viene prima delle bande vere e proprie: quell’uomo apparteneva con ogni probabilità a una paranzella, uno di quei gruppi girovaghi da quattro a quindici suonatori che coprivano feste e fiere con organici raccogliticci. Le bande organizzate arrivarono a inizio Ottocento. Tra le prime documentate in regione ci sono quelle di Pescina e di Città Sant’Angelo, attive già nei primi anni del secolo.

Il fenomeno crebbe per tutto l’Ottocento fino a diventare, tra le due guerre, la principale industria musicale del Mezzogiorno interno. Un libro appena uscito ne misura l’arco intero: Le bande musicali in Abruzzo (1783-1984) di Franco Farias e Francesco Sanvitale, pubblicato da Ianieri Edizioni e presentato nel luglio 2026 ad Atessa, dentro la rassegna bandistica dedicata ad Antonio Di Jorio, il compositore che della banda di Atessa fu il direttore più celebre. Due secoli esatti, dal 1783 al 1984. Le date scelte dagli autori valgono da sole come tesi: la banda è un’istituzione di lunga durata, con una nascita documentabile e un declino preciso.

Per capire cosa fosse il servizio bandistico bisogna immaginare il paese la mattina della festa patronale. La banda arrivava da fuori, ingaggiata dal comitato mesi prima, e suonava tutto il giorno: il giro mattutino per le strade, poi i concerti del pomeriggio e della sera sulla cassa armonica, il palco circolare smontabile che i paesi si contendevano e che in alcuni centri del Sud, come Ischitella sul Gargano, sopravvive da un secolo e mezzo. Il repertorio serale era il grande teatro d’opera trascritto per fiati, fantasie e pot-pourri da Verdi e da Puccini. Per la maggioranza degli ascoltatori quelle trascrizioni erano l’opera, l’occasione dell’anno per sentire con le orecchie ciò che i teatri delle città riservavano a chi poteva pagare. Il solista di flicorno che cantava un’aria senza parole era il tenore del paese. La piazza giudicava da intenditrice.

L’epoca d’oro schierava complessi da tournée nazionale. Le cronache musicali della regione mettono in prima fila Lanciano, dove Nicola Centofanti fondò nel 1892 la banda intitolata a Fenaroli, proseguita dai figli; Chieti, la cui banda arrivò a novanta elementi sotto Domenico Valentino; e poi Introdacqua, Pescina, Teramo. Ad Atessa la direzione di Antonio Di Jorio portò il complesso locale fino a tournée oltre confine, e il nome del maestro sta oggi sulla rassegna bandistica cittadina. La riforma nazionale di Alessandro Vessella, che ridisegnò organici e strumentazioni, trovò qui un terreno pronto. I bandisti erano artigiani e contadini che d’estate partivano in tournée di paese in paese, un’economia stagionale in piena regola: la musica dava un secondo raccolto, e per i più dotati apriva la strada del professionismo, dei conservatori, delle bande militari.

Il declino ha una data larga ma leggibile. La Seconda guerra mondiale disperse organici e strumenti, e il dopoguerra, con la radio prima e la televisione poi, tolse alla banda il monopolio della musica dal vivo nelle piazze: molti complessi storici chiusero, altri si ridussero a poche unità. Le ricostituzioni sono arrivate a ondate negli anni Ottanta e Novanta, spesso per iniziativa di ex bandisti anziani, con organici più piccoli e un pubblico cambiato. La data finale del libro di Farias e Sanvitale, 1984, cade esattamente dentro questo passaggio. Il capitolo successivo resta da scrivere.

Settembre era, ed è rimasto, il mese di punta del calendario bandistico, con le feste mariane della Natività e le patronali del raccolto. A Lanciano le Feste di Settembre in onore della Madonna del Ponte figurano tra gli appuntamenti storici dei complessi regionali, con i concerti in piazza Plebiscito a ridosso della processione di metà mese. Il meccanismo economico non è cambiato nella sostanza: il comitato raccoglie, la banda suona, il paese confronta l’annata con quella precedente. Nei paesi piccoli il giudizio sulla banda ingaggiata resta un genere di conversazione a sé, con i suoi esperti riconosciuti. L’orecchio resta allenato per la vita.

Il filo che lega questa storia al presente della musica popolare abruzzese passa per il palco di Pescara. Al concertone del 25 luglio 2026, accanto all’Orchestra dei Serpenti, si è esibita la Banda dell’Esercito, settantotto musicisti diretti dal maestro maggiore Filippo Cangiamila: una massa di fiati professionali dentro un progetto costruito sui canti di tradizione orale. L’accostamento ha una logica storica. L’orchestra del concertone rinuncia agli archi e affida il suono lungo ad ance e ottoni, cioè esattamente alla tavolozza che le piazze abruzzesi conoscono da due secoli di servizi bandistici: per l’orecchio di un paese in festa, quello è il suono della musica fatta bene.

Resta aperta la questione degli archivi. Le bande hanno prodotto montagne di carta, partiture manoscritte e marce firmate da maestri locali, e quella carta giace in casse comunali e in case private: il libro di Farias e Sanvitale, fermando la storia al 1984, lascia il dopo a chi vorrà occuparsene. Ogni marcia dispersa è un pezzo di paesaggio sonoro che sparisce. Le rassegne come quella di Atessa, i complessi rinati negli anni Ottanta e Novanta, i cori che riprendono le canzoni dei concorsi d’anteguerra lavorano tutti sullo stesso giacimento. Il giacimento regge. A settembre basta seguire una processione qualsiasi, dietro la statua e davanti ai fuochi: il primo strumento che si sente è ancora un clarinetto.

Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario
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Hanno scrittoDaniela D’Alimonte · Lorenzo Pagano · Elso Simone Serpentini · Gabriella Serafini
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