La ddu botte, ovvero come due bassi hanno fatto ballare l’Abruzzo
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
La ddu botte, ovvero come due bassi hanno fatto ballare l’Abruzzo
L'organetto a due bassi: Demian a Vienna nel 1829, Paolo Soprani a Castelfidardo nel 1863, l'arrivo nel Teramano, la saltarella e il raduno di Basciano.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Ogni bottone dà due note. Chiudendo il mantice se ne ottiene una, aprendolo un’altra, e su questa alternanza, che i costruttori chiamano bitonicità, si regge l’intero suono dell’organetto: il fraseggio nasce dal gesto del braccio prima che dalle dita. In Abruzzo lo strumento ha un nome che va dritto al punto, ddu botte, due bassi, dai due tasti che la mano sinistra trova sulla cassa dell’accompagnamento: uno per il basso, uno per l’accordo. Con questo corredo minimo, poche dita sulla melodia e un pollice sui bassi, generazioni di suonatori hanno mandato avanti serenate e nottate intere di ballo.
La storia documentata comincia lontano dall’Abruzzo. Nel 1829 Cyrill Demian, costruttore di organi e pianoforti attivo a Vienna, mise insieme il primo modello con mantice e una fila di tasti. In Italia la svolta porta la data del 1863 e il nome di Paolo Soprani di Castelfidardo: la tradizione locale vuole che un pellegrino austriaco di ritorno da Loreto si fosse fermato al casolare della famiglia con uno di quegli strumenti, e che il giovane Paolo lo avesse smontato per capirlo. Dalla curiosità nacque la prima fabbrica, e da quella fabbrica un distretto industriale che esiste ancora. Le Marche producevano, l’Adriatico distribuiva. Nella seconda metà dell’Ottocento l’organetto scese lungo la costa, e gli scambi commerciali tra i porti di Ancona e Giulianova lo portarono nel Teramano, dove trovò il terreno più fertile di tutti.
L’arrivo non fu indolore per gli strumenti che c’erano prima. A Cerqueto, frazione di Fano Adriano sotto il Gran Sasso, la memoria locale e il museo etnografico documentano il passaggio: alla fine dell’Ottocento l’organetto aveva ormai preso il posto della zampogna locale nelle feste e nelle questue, e una donna del paese, intervistata a novantun anni, della zampogna non aveva alcun ricordo diretto mentre suo padre, classe 1876, la conosceva dai racconti dei più vecchi. Tre generazioni, un cambio completo di suono. La ragione era pratica: l’organetto arrivava accordato di fabbrica, teneva l’intonazione, costava il giusto e suonava da solo sia la melodia sia l’accompagnamento, dove la zampogna chiedeva cure da liutaio e una ciaramella accanto.
L’origine industriale si legge nella tastiera. I modelli vanno da un minimo di dodici tasti a un massimo di trentatré sulla fila melodica, con un’estensione che nei tagli maggiori supera le due ottave, ordinati per scale diatoniche: lo strumento nasce in una tonalità e in quella lavora, e chi vuole cambiare tonalità cambia organetto. Per la musica da ballo abruzzese questo limite è sempre stato una forza. La saltarella corre su poche note ribattute con accenti asimmetrici, e la bitonicità del mantice, che obbliga ad aprire e chiudere di continuo, produce da sé quella pulsazione nervosa che nessuno strumento ad arco riesce a imitare. Il ballo chiedeva resistenza. Una saltarella durava finché duravano i ballerini, e il mantice reggeva fiato e ritmo insieme, senza fermarsi mai.
Le occasioni d’uso documentate nel Teramano restituiscono uno strumento onnipresente. Le descrizioni locali lo mettono al centro delle serenate e dei concerti itineranti delle feste estive, e la serenata merita una parola in più, perché è il genere che spiega la fortuna sociale dell’organetto: portarlo sotto una finestra richiedeva una persona sola, nessun accordatore, nessuna spesa oltre l’acquisto. Il corteggiamento musicale, che con la chitarra restava un affare da specialisti, con la ddu botte diventò alla portata di chiunque avesse orecchio e polso. Le conseguenze demografiche nessuno le ha calcolate. Quelle musicali sì: il repertorio da serenata abruzzese si regge in larga parte su quelle due file di bottoni.
Il Teramano è rimasto la capitale della ddu botte. A Basciano, ogni agosto, un raduno dedicato allo strumento riunisce suonatori da tutta l’Italia centrale, e la trafila delle gare per organettisti, documentata dagli anni Settanta in poi nelle feste di paese, continua a formare virtuosi. Il caso più noto è quello di Danilo Di Paolonicola, che oggi insegna al conservatorio di Teramo, suona fisarmonica e organetto, e con l’album No Gender, inciso con Lele Melotti alla batteria e Paolo Costa al basso, ha portato lo strumento diatonico dentro un linguaggio da band elettrica. Nell’Orchestra dei Serpenti siede alla fisarmonica. La linea che unisce il suo leggio ai suonatori delle aie teramane passa per Castelfidardo, per Basciano e per un numero incalcolabile di matrimoni, e non si è mai interrotta.
Anche la falegnameria ha la sua parte nel suono. Le descrizioni dei modelli tradizionali del Teramano indicano il mogano per il telaio e il ciliegio per le casse, con l’abete riservato alle valvole: legni diversi per compiti diversi, scelti quando lo strumento era un investimento di famiglia e doveva durare una vita di feste. Dentro vibrano ance libere di metallo, mosse dall’aria del mantice come nella fisarmonica. Il resto lo fa il braccio. All’aperto, senza amplificazione, la capacità di farsi sentire sopra un cortile pieno di gente era la prima qualità richiesta, e i costruttori lo sapevano.
Resta da dire del repertorio, che è più largo di quanto il folclore da palco faccia credere. Accanto alla saltarella, la ddu botte ha sempre suonato polche, mazurche e valzer, il ballo liscio dei cortili prima che il liscio diventasse un genere da balera: i suonatori più vecchi passavano dall’una agli altri nella stessa serata, secondo chi c’era da far ballare. Nelle registrazioni d’archivio abruzzesi l’organetto compare accanto ai cantori, nelle serenate come nelle questue, dovunque servisse un motore ritmico trasportabile a spalla. Due bassi sono pochi. A guardare la storia che hanno mosso, sono bastati.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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