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La Fija me: la Notte dei Serpenti omaggia le madri abruzzesi

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La Fija me: la Notte dei Serpenti omaggia le madri abruzzesi

Un canto nuziale anonimo in cui una madre vanta la figlia che va in sposa, fra fierezza e dolore. Giuseppe Profeta lo classifica fra i canti della partenza patetica e ne raccoglie decine di varianti abruzzesi.

di Comitato tecnico-scientifico del Serpentario26 Ottobre 20242 min di lettura
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26 Ottobre 2024Il progetto
La Fija me: la Notte dei Serpenti omaggia le madri abruzzesi

Nella musica popolare abruzzese il matrimonio non è una festa: è una separazione. E La fija mè è il canto che quella separazione la mette in bocca a chi la subisce, cioè alla madre.

Il brano è anonimo, appartiene al genere dei canti nuziali diffusi in Abruzzo e nelle altre province dell’ex Regno di Napoli, ed è uno dei pochi pezzi che Enrico Melozzi ha portato sia nella prima sia nella seconda edizione de La Notte dei Serpenti, in una armonizzazione dichiaratamente pop. La scelta di ripeterlo non è casuale, ed è il motivo per cui vale la pena tornarci sopra.

Il testo è il vanto di una madre che elenca i pregi della figlia che va in sposa. Ma il vanto è doppiofondo: dice la fierezza per il buon matrimonio, quello che si può permettere la banda ad accompagnare la partenza, e insieme dice il dolore per la casa che si svuota. Le due cose stanno nello stesso canto e nessuna delle due prevale, ed è questa ambivalenza a renderlo un documento e non una cartolina.

Gli studiosi hanno un nome per questa famiglia di testi. Giuseppe Profeta, nel quattordicesimo capitolo dei suoi Canti nuziali nel folklore italiano uscito da Olschki nel 1965, li chiama canti della partenza patetica, e ne raccoglie le versioni abruzzesi in una geografia fittissima: nel teramano a Bisenti, Arsita, Castiglione Messer Raimondo, Penne, Isola del Gran Sasso, Castel Castagna, Cellino Attanasio; nel pescarese e nel chietino a Collecorvino, Loreto Aprutino, Pianella, Tollo, Casalincontrada, Lanciano, Casoli, Palena, Francavilla; e fuori regione fino a Montefiascone nel viterbese e a Rotello nel Molise. Quasi tutte le versioni sembrano risalire alla seconda metà dell’Ottocento.

La cosa interessante è che quei testi, pur diversi da paese a paese, ripetono gli stessi snodi: l’esortazione alla sposa a preparare il corredo, il motivo del destino a cui non ci si sottrae, il pianto della casa che resta vuota. Profeta ne deduce che derivino tutti da un canto originario, modificato localmente, e che le differenze siano più fonetiche che sostanziali. Una sola canzone, insomma, ricantata per cento paesi con cento accenti.

Sul perché un compositore contemporaneo scelga proprio questo pezzo, e lo rifaccia due volte, la risposta più onesta sta nel materiale stesso: La fija mè è un canto in cui una donna parla di un’altra donna, senza mediazioni maschili, in un repertorio dove le voci femminili sono raccolte spesso ma ascoltate poco. Portarlo su un palco davanti a decine di migliaia di persone significa fare esattamente il contrario di quello che la storia di questi canti ha fatto finora, cioè lasciarli nelle case.

Lo studio completo del canto, con l’analisi del testo e il confronto fra le varianti raccolte da Giuseppe Profeta, è nell’articolo La fija mè. Fonte: Giuseppe Profeta, Canti nuziali nel folklore italiano, Leo S. Olschki Editore, Firenze 1965.

Il testo è diComitato tecnico-scientifico del SerpentarioCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico del Serpentario.
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