La grande raccolta etnomusicologica di Diego Carpitella a Chieti
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La grande raccolta etnomusicologica di Diego Carpitella a Chieti
Storia e analisi della Raccolta 129 del CNSMP, realizzata da Diego Carpitella a Chieti nel 1970.
di Lorenzo Pagano5 Settembre 202612 min di lettura

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

LA GRANDE RACCOLTA ETNOMUSICOLOGICA DI DIEGO CARPITELLA A CHIETI.
La musica folklorica abruzzese si configura come un crocevia sonoro unico e originale. In questa terra, i ritmi travolgenti del saltarello – eredità dei secolari legami con l’Italia centro-meridionale, oltre che con le regioni limitrofe Lazio, Marche e Molise – si fondono in un unicum affascinante con le peculiari sfumature vocali di matrice balcanica, frutto dei fitti e storici scambi attraverso l’Adriatico.
Eppure, fino alla metà del Novecento, questo inestimabile patrimonio immateriale è rimasto sprovveduto di qualsiasi documentazione sonora. Nessuna registrazione, nessuna traccia catalogata a livello scientifico. Con l’avvento del “miracolo economico” italiano, la piaga dell’emigrazione di massa e il repentino spopolamento dei borghi rurali hanno minacciato di cancellare la memoria storico-musicale della regione, condannando all’oblio le voci e i canti di un’intera civiltà contadina al tramonto. A scongiurare una dispersione che appariva ormai inevitabile è stato provvidenziale l’intervento del Centro Nazionale di Studi di Musica Popolare (CNSMP, oggi Archivi di etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), il più importante archivio sonoro folklorico italiano. A partire dagli anni Cinquanta, trasformando l’urgenza storica in rigoroso metodo d’indagine, il Centro ha dato il via alle prime, pionieristiche campagne etnomusicologiche sul campo. Se oggi possediamo un archivio vivo e pulsante di quel mondo, e possiamo ancora ascoltare, studiare ed emozionarci davanti alla memoria sonora dell’Abruzzo tradizionale, il merito storico va riconosciuto proprio a quella tempestiva e monumentale opera di salvataggio.
Uno dei maggiori etnomusicologi italiani, nonché padre fondatore della disciplina a livello scientifico e accademico, è senz’altro Diego Carpitella. Nato a Reggio Calabria nel 1924 e morto a Roma nel 1990, Carpitella ha realizzato nel corso degli anni ’50, sotto gli auspici del CNSMP, una serie di ricerche fortemente innovative, che hanno apportato all’allora giovane etnomusicologia italiana una serie di novità metodologiche che sono tutt’ora lo standard nelle campagne di ricerca.
Ad esempio, una delle più importanti indagini realizzate dallo studioso è la cosiddetta Raccolta 18, relativa ai documenti sonori registrati assieme all’antropologo Ernesto De Martino (1908-1965) in dodici località della Basilicata, nel 1952.
Questa Raccolta è di fondamentale importanza per vari motivi: in primo luogo, ha portato alla luce il vasto patrimonio musicale lucano, fino ad allora sconosciuto; in secondo luogo, poiché ha manifestato pienamente, per la prima volta, la vocazione meridionalista dell’etnomusicologia italiana, che sarà una delle caratteristiche principali della disciplina; infine perché i risultati prodotti hanno gettato le basi per un nuovo modo di fare etnologia sul campo (con il metodo di indagine denominato “dalla culla alla bara”) – tramite anche il coinvolgimento di un’equipe multidisciplinare (fotografi, antropologi, ecc.) – che colloca «la registrazione dei documenti musicali nel quadro di una più ampia prospettiva di ricerca di carattere etnografico, folkloristico e storico-culturale in genere».
Un’altra ricerca di fondamentale importanza realizzata da Carpitella assieme all’etnomusicologo statunitense Alan Lomax (1915-2002) è la monumentale Raccolta 24 del 1954.
Questa ricerca, per la prima volta, ha coperto sistematicamente tutte le regioni italiane (tra cui anche l’Abruzzo):
«[in quel periodo] non esisteva ancora un quadro d’insieme. Nelle diverse località ognuno conosceva le musiche del suo posto, ma mancava un corpus di registrazioni sonore anche minimo. Il fine pratico di questa esperienza con Lomax […] fu documentare insieme un quadro più vasto, rappresentativo, di cui si sentiva ormai da tempo la necessità».
Lo studio ha fornito un corpus di brani che risulta essere il più completo identikit sonoro dell’Italia dell’immediato dopoguerra, documentando contesti rurali che nel giro di pochissimi anni si sarebbero radicalmente modificati, per via di emigrazione, spopolamento e altri fattori, rappresentando inoltre un importante momento di “sprovincializzazione” dell’etnomusicologia italiana.
Nel 1970 Carpitella decide di compiere nuove ricerche in Abruzzo; la regione, infatti, era già stata indagata, oltre che da egli stesso e da Lomax nel 1954, anche da Giorgio Nataletti nel 1948-49 (Raccolta 3) e, in parte, da Clara Rengoni Macera nel 1958 (Raccolta 44). Ripercorriamo quindi le tappe che hanno convinto il ricercatore a compiere un’ulteriore spedizione.
L’etnomusicologo, dopo aver lavorato al Conservatorio di Roma (1952-1976) e presso l’Accademia nazionale di danza (1953-1973), è stato assunto come docente incaricato di Storia della Musica nella Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara dal 1968 al 1970. Egli, in quel periodo, aveva avviato una riflessione consuntiva sullo stato delle musiche orali in Italia, constatando che le ultime ricerche compiute in provincia di Chieti, escludendo i pochi brani registrati nel 1954 a Vasto e Ortona per la Raccolta 24, erano quelle realizzate da Nataletti per la compilazione della Raccolta 3 nel 1948-49. Tuttavia, le metodologie con cui era stata compiuta quella ricerca erano state ormai superate nel 1970, poiché la disciplina, nel frattempo, aveva registrato un notevole sviluppo. Un ulteriore elemento da considerare era il profondo cambiamento avvenuto in Abruzzo tra la fine degli anni ’50 e gli anni ‘60, dovuto al suo coinvolgimento nel boom economico e nell’industrializzazione italiana di quel periodo. Una nuova ricerca etnomusicologica avrebbe reso possibile un confronto tra il vecchio materiale raccolto da Nataletti oltre vent’anni prima e nuove registrazioni compiute dopo tutti questi importanti cambiamenti. Era evidente, infine, la mancanza di una raccolta esaustiva e compiuta con metodologie aggiornate sulle musiche di tradizione orale della provincia di Chieti. In sostanza, questo insieme di motivazioni ha indotto Carpitella a compiere una nuova campagna di ricerca in Abruzzo.
Egli ha affidato la scelta delle località a Ferdinando D’Amario, uno studente di Lettere laureando con una tesi di etnomusicologia sul repertorio abruzzese, sulla base delle conoscenze che egli aveva in zona. Le registrazioni sono avvenute tra il 28 giugno e il 6 luglio 1970 e le località indagate sono state Civitella Messer Raimondo, Palena, Gessopalena e Quadri, tutte in provincia di Chieti. Si tratta di quattro comuni pedemontani, scelti poiché in quel periodo di così fitta industrializzazione per l’Abruzzo conservavano delle “sacche di arcaicità”, nei repertori e nei modi di suonare gli strumenti, nonostante fosse già evidente un certo spopolamento, dovuto alla progressiva migrazione di popolazione verso le città.
Vari erano gli scopi di questa indagine: in primo luogo compiere un lavoro comparativo con i brani raccolti da Nataletti nel 1948-49, poi confrontare la musica di tradizione orale dell’Abruzzo con quella del vicino Molise per notare affinità e divergenze tra i repertori; verificare quali “persistenze e sopravvivenze” di repertori arcaici fossero documentabili nella regione, e infine verificare una serie di ipotesi riguardanti «quel comun denominatore con i Balcani che è possibile riscontrare in tutto il versante orientale della penisola italiana: e non solo nei paesi come quelli albanesi, slavi o greci in cui l’influenza è determinata e precisata storicamente».
La Raccolta 129 contiene 148 documenti così suddivisi: 39 brani, di cui 9 strumentali (per organetto diatonico) e 4 per voce e organetto, registrati a Civitella Messer Raimondo il 28 giugno e il 3 luglio 1970; 16 brani, tutti per voce femminile, registrati il 29 giugno 1970 a Palena; 63 brani, di cui 3 per voce e chitarra, registrati il 30 giugno ed il 3, 4, 6 luglio 1970 a Gessopalena (contrada Fosso); 30 brani di cui 13 strumentali, 11 per organetto diatonico e 2 con armonica a bocca, registrati il 1 e 2 luglio 1970 a Quadri. Sono allegate alla raccolta anche schede dattiloscritte con dati sui brani. In tali schede sono indicati: il nome del documento (quello indicato dall’esecutore) o la tipologia (es. ninna nanna, lamento funebre, ecc.), l’esecuzione (strumento o voce), la località, la data, e, sotto la dicitura “note”, altre informazioni riguardanti il contesto o la fruizione del documento (es. “durante il pellegrinaggio alla Madonna”) o annotazioni come “frammento”, “parlato”, utili poi in sede di analisi.
I brani rilevati comprendono diverse tipologie di canti, tra cui quelli legati al lavoro nei campi, come arie di mietitura e canti a dispetto, quelli di carattere religioso, come canti in onore dei Santi Patroni, brani eseguiti in diverse occasioni, musica strumentale, ninne nanne, canti all’altalena e lamenti funebri; questo repertorio, peraltro, è anche largamente condiviso con il centro-sud Italia. I canti vocali rivestono un ruolo di grande importanza, con la maggior parte dei documenti (119 su 148) per voce solista. La maggior parte dei brani vede le voci femminili in un ruolo di prominenza, mantenendo questa posizione anche nei canti polivocali, non solo in contesti domestici o religiosi, ma anche nelle occasioni legate al lavoro. Lo strumento musicale predominante nella musica strumentale è l’organetto diatonico, presente in 20 dei 22 brani solistici. Per quanto riguarda altri strumenti musicali, si possono solo formulare ipotesi non ancora documentate e difficili da verificare, come ad esempio la presenza della zampogna e del flauto.
Tra repertori più interessanti rilevati nelle località indagate si possono evidenziare le arie di mietitura. Si tratta di canti legati alle attività agricole sul campo, che possono essere monodici o polivocali. Sono di solito cantati a voce spiegata e hanno una melodia chiara e ben definita, ma hanno più occasioni specifiche di esecuzione: possono, ad esempio, essere intonati durante il lavoro sul campo, e quindi si definiscono arie di trebbiatura, però, possono essere eseguiti anche la sera, mentre il contadino sta tornando a casa dal lavoro, e in questo caso sono detti arie di notte. Nonostante questo repertorio non sia univocamente maschile o femminile, in questo, come altri casi, le voci femminili di solito svolgono un ruolo predominante, poiché hanno la tendenza a condurre il canto. Le tematiche sono solitamente amorose, e nei testi sono presenti generalmente allusioni sessuali e oscene (“E nën zèrvë a predëcà predicatòre, e së prèdëca pè mè sé fatt’erròre; e quanda ië vòiie bèn a chi capiscë […]”), oltre che di scherno verso altre abitanti del paese (“Nën zèrvë chë t’alliscë e chë t’abbuscë chi a da èsse bèlle cë’a da nasce”).
In questo genere di brani, un aspetto interessante è la vocalità femminile. Come scrive Domenico Di Virgilio:
«Le voci che ascoltiamo gridano la propria individualità nel tentativo di testimoniare la propria presenza. Nei canti, sia nei monodici che in quelli eseguiti da più voci, queste sono sempre molto personali, non ‘educate’ secondo gli accorgimenti delle tecniche vocali insegnale nelle scuole di musica. Ogni voce mantiene la propria naturalezza, le proprie caratteristiche timbriche, segno della propria individualità […] nei canti a più voci colpisce soprattutto l’accostarsi, senza fondersi, delle diverse colorazioni timbriche, mentre ogni cantante lancia la propria voce al di sopra delle altre».
In sostanza, la voce femminile in canti di questo tipo cerca di esprimere la propria individualità, e quindi, anche in canti corali, ogni voce risulta essere facilmente riconoscibile e distinguibile dalle altre. Forse questo tentativo di farsi notare viene compiuto come “rivalsa” nei confronti della società contadina abruzzese del periodo, fortemente patriarcale, che tende a sopprimere la volontà del sesso femminile e a relegare le donne a condizioni di subalternità nei confronti dell’uomo.
Oltre ai brani cantati, una parte cospicua del materiale presente nella Raccolta 129 è composta da brani strumentali. Il repertorio strumentale in Abruzzo viene usato come accompagnamento al ballo o alla voce: in un ambiente povero come quello rurale abruzzese degli anni ’70 non poteva che essere la voce lo strumento principale, poiché gli strumenti musicali in circolazione erano pochi e, ancora di meno erano i professionisti capaci di suonarli. Fondamentalmente, si poteva fruire di musica strumentale solo in occasioni specifiche, come feste e processioni, e solo se era presente una figura che finanziava i musicisti; per questo la maggior parte dei documenti raccolti contengono performances vocali. Ciononostante, sono presenti anche dei repertori strumentali: valzer, polke, saltarelle e quadriglie sono i generi che sono stati rilevati più di frequente in Abruzzo. I due strumenti musicali maggiormente utilizzati dalla fine del XIX sec. erano la zampogna e l’organetto: la prima è scomparsa probabilmente nella prima metà del XX secolo, il secondo è tuttora diffuso e abbastanza popolare nella regione.
Prendiamo ad esempio un documento raccolto da Carpitella a Civitella Messer Raimondo, presentato dall’esecutore come «una saltarella molto antica chiamata Montredù». Pur accostandosi in parte al saltarello dell’Italia centrale e alla tarantella meridionale – generi per organetto diatonico caratterizzati da brevi cellule melodiche ripetitive – la Montredù presenta maggiori affinità con un ballo più arcaico noto come “spallata”. Tale peculiarità si traduce in un impianto ritmico di matrice binaria, basato su figure di croma puntata e semicroma con un forte accento sul battere, discostandosi così dalle terzine tipiche della saltarella convenzionale. L’intera struttura ritmica e agogica del brano è generata meccanicamente dalla tecnica esecutiva: la regolare apertura e chiusura del mantice ad ogni battuta scandisce l’alternanza armonico-ritmica tra dominante e tonica, fornendo un saldo appoggio per lo sviluppo melodico affidato alla mano destra.
Sono presenti anche altri repertori in questa Raccolta, come ninna nanne e lamenti funebri, che per ragioni di spazio non è possibile trattare in questo articolo.
La Raccolta 129, in definitiva, è un lavoro molto importante, che ci fornisce un quadro piuttosto completo delle musiche di tradizione orale della provincia di Chieti; la sua sistematicità e coesione, la rendono una delle più significative e articolate raccolte realizzate in Abruzzo, che a distanza di oltre cinquant’anni continua ad essere un’importante fonte di conoscenze sulla cultura e sulla società rurale abruzzese degli anni ’60 e ’70.
Bibliografia
D. Carpitella, Musica e tradizione orale, Palermo, Flaccovio, 1973.
D. Di Virgilio, La Musica di tradizione orale in Abruzzo, Lanciano, Rivista Abruzzese, 2000.
D. Di Virgilio, Musiche tradizionali in Abruzzo. Le registrazioni di Diego Carpitella in provincia di Chieti (1970), Roma, Squilibri, 2010 (libro + CD).
F. Giannattasio, Il concetto di musica, Roma, Bulzoni Editore, 1998.
A. Lomax, L’anno più felice della mia vita, Milano, Il Saggiatore, 2008.
G. Nataletti, D. Carpitella, Studi e ricerche del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare dal 1948 al 1960, Roma, Accademia Nazionale di S. Cecilia – RAI Radiotelevisione Italiana, 1960.
Il testo è diLorenzo PaganoCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico del Serpentario.

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