Mille diavoli in una notte: la strada di Pietro Baialardo
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Mille diavoli in una notte: la strada di Pietro Baialardo
A Casoli si mostrava una strada costruita in una notte da mille diavoli al comando di Pietro Baialardo: la leggenda del libro del comando in Finamore, 1890.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

A Casoli, nella valle dell’Aventino, la gente dell’Ottocento indicava una strada e diceva che l’aveva fatta costruire Pietro Baialardo in una notte sola, con mille diavoli per manovali. La riga sta a pagina 67 delle Credenze, usi e costumi abruzzesi che Gennaro Finamore, il medico di Gessopalena, pubblicò a Palermo nel 1890. Una riga sola. Bastava: chi leggeva quel nome sapeva già tutto, perché per gli studiosi dell’epoca Baialardo, altrove Bailardo, è la forma popolare di Pietro Abelardo, il filosofo del Millecento che i cantastorie del Mezzogiorno trasformarono in negromante.
Il suo strumento era un libro. Chi possedeva il libro del comando obbligava i diavoli a servirlo, e a Lanciano Finamore raccolse il racconto di un giorno storto: Pietro, trovandosi per via, non aveva il libro con sé, e pregò un nipote di passaggio di andarglielo a prendere a casa. Il seguito fu rovinoso. Aperto il libro da mani che non sapevano tenerlo, comparve un diavolo, e toccò a Pietro rimettere ordine con un comando secco; il diavolo protestò per il lavoro in più, ma l’ordine, annota Finamore, «fu eseguito ugualmente», e Pietro tornò libero.
Il diavolo manovale non era una bizzarria. Nelle stesse pagine si legge che il tuono passava per una lite tra diavoli, e che certe bufere improvvise erano il segno del loro trionfo: il fracasso del cielo, per chi stava in cammino di notte, aveva sempre qualcuno dietro. La strada di Casoli era la prova lasciata sul terreno, un’opera troppo grande per le braccia contate di un paese di montagna, e il conto tornava soltanto ammettendo un cantiere di mille operai infernali, aperto al tramonto e smontato prima dell’alba.
Resta il dettaglio più abruzzese di tutti. Il mago di questa leggenda sta sulla strada, e il suo prodigio è un’opera pubblica, di quelle che accorciano il cammino tra un paese e l’altro. Chi passava di lì col mulo carico sapeva di camminare su pietre posate dai diavoli, e ci camminava lo stesso, perché la strada serviva. Finamore registrò la voce in poche righe, dopo le pagine dei tuoni e delle stelle cadenti, e le mise accanto un’altra strada di leggenda che occupa lo stesso foglio: di quella, però, si dirà un’altra sera di settembre.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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