‘Ndó: quando il nome si accorcia per chiamare
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
‘Ndó: quando il nome si accorcia per chiamare
Il teramano conserva un caso solo del latino, il vocativo: Savini (1881) mostra come 'Ndoneje diventi 'Ndó, il nome mozzato fatto per chiamare.
12 Settembre 20262 min di lettura

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Il teramano ha perso quasi tutti i casi del latino, ma uno se l’è tenuto stretto: il vocativo. Lo annota Giuseppe Savini nella Grammatica ed il lessico del dialetto teramano, stampata nel 1881, al capitolo sulla declinazione: «I casi anche per noi sono spariti, meno uno, il vocativo; cui noi formiamo dal nominativo, facendo l’apocope alla tonica, ed accentando questa». L’esempio è di due lettere: il nome ‘Ndoneje, Antonio, quando serve a chiamare diventa ‘Ndó.
La regola è elegante: si taglia tutto quello che viene dopo la vocale accentata e si carica l’accento su quel che resta. Il nome intero serve a parlare di qualcuno; il nome mozzato serve a farsi sentire da qualcuno. Una grammatica costruita sulla distanza: ‘Ndó è la forma che attraversa una strada, un campo, una piazza, e arriva dall’altra parte ancora intera.
Savini, maestro e studioso teramano, scrive che il dialetto va documentato come una lingua, con fonetica, morfologia e lessico, e il vocativo è la prova che questa lingua ha una sua architettura, non un italiano sbagliato. C’è dentro anche una piccola verità musicale: il vocativo teramano è un richiamo, e come tutti i richiami vive di un solo accento, lanciato forte. Chi ha mai sentito chiamare qualcuno da un balcone d’Abruzzo sa che quella sillaba accentata è già un canto.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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