14 ottobre 2026Rivista di etnomusicologia · La Notte dei Serpenti
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Nove fori e un otre: la coppia zampogna e ciaramella

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Abruzzo

Nove fori e un otre: la coppia zampogna e ciaramella

La ciaramella con nove fori fa la parte solista, la zampogna a chiave accompagna: legni, ance, taglie 25 e 28, da Scapoli alla cerquetana del Gran Sasso.

15 Settembre 20265 min di lettura
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15 Settembre 2026Serpentario
Nove fori e un otre: la coppia zampogna e ciaramella

Dei due strumenti, quello che fa la melodia è il più piccolo. Nella coppia che l’iconografia natalizia ha reso familiare, la zampogna con l’otre sotto il braccio e la ciaramella tenuta a due mani davanti alla bocca, i ruoli sono l’inverso di quel che l’occhio suggerisce: la zampogna molisana a chiave, con tutta la sua mole, fa da accompagnamento, mentre le parti soliste spettano alla ciaramella, un tubo conico di legno lungo poco più di un avambraccio, con nove fori digitabili e nessuna chiave. Chi guarda vede il gigante. Chi ascolta sente un basso continuo e una voce.

Il nome viene da lontano: ciaramella discende dal tardo latino calamellus, diminutivo di calamus, la canna, passato per il greco kàlamos. Nei dialetti la stessa parola si moltiplica, pipita, cornetta, totarella, bifara, e in alcune zone del Sud finisce per indicare la zampogna stessa, con la confusione terminologica che accompagna gli strumenti davvero popolari. La sostanza tecnica resta uguale dovunque. Un’ancia doppia, larga e lunga, tenuta direttamente fra le labbra senza l’intermediazione di alcun bocchino: il suonatore sente la vibrazione sulla bocca e la governa con la pressione del fiato, il che rende lo strumento faticoso e insieme espressivo come pochi altri ad ancia.

La zampogna è un congegno ingegnoso. Nel tipo a chiave, il più diffuso tra Molise e Abruzzo, dall’otre partono canne coniche divergenti di lunghezza disuguale: la corta con cinque fori, la lunga con tre più la chiave metallica che permette al mignolo di raggiungere il foro più lontano, e accanto i bordoni che tengono il suono fisso. I costruttori la producono in taglie numerate secondo la lunghezza, e ogni taglia corrisponde a una tonalità: tra i suonatori di oggi le misure più richieste sono la venticinque e la ventotto. Le campane, avvitate in punta alle canne, si possono smontare e sostituire. Il tipo a chiave convive poi con un secondo modello, la zoppa, privo della meccanica e costruito tra Lazio e Molise. I legni sono quelli degli alberi da frutto e da olio, ulivo e ciliegio su tutti. L’otre, che un tempo era una pelle intera di capra o di pecora, da decenni è quasi sempre una camera d’aria d’automobile, scelta senza poesia e con ottime ragioni di tenuta.

Insieme, i due strumenti formano una macchina completa: bordone e accordi sotto, melodia acuta che si stacca sopra tutto. È un organo portatile, in versione pastorale. Il repertorio storico della coppia copre le novene di Natale e le feste patronali con le loro processioni, e la geografia dei suonatori occupa l’area tra Molise, Lazio meridionale e Abruzzo interno: sul versante molisano le comunità più attive restano Scapoli, Castelnuovo al Volturno e San Polo Matese. Di Scapoli e del suo mondo abbiamo già scritto su queste pagine. Oggi la strada porta più a nord, sotto il Gran Sasso.

Sull’origine della coppia esiste una ipotesi organologica elegante, riportata dagli studi sullo strumento: la zampogna sarebbe nata dall’accostamento di due ciaramelle, alle quali venne aggiunta la riserva d’aria dell’otre. Se l’ipotesi regge, l’ordine storico rovescia quello scenico: prima il piccolo strumento solista, poi il gigante costruito per non farlo restare solo. Il piccolo viene prima. In Basilicata sopravvive un indizio in forma di prassi, la ciaramella doppia, due canne suonate insieme dalla stessa persona. E il piccolo aerofono ha perfino un posto nei libri di scuola: grazie alla poesia di Giovanni Pascoli che ne porta il nome, Le ciaramelle, lo strumento sta da più di un secolo nell’orecchio anche di chi non l’ha mai visto da vicino.

A Cerqueto, frazione di Fano Adriano in provincia di Teramo, il museo etnografico conserva un esemplare di tipo arcaico che gli studiosi chiamano zampogna cerquetana: canne lavorate a mano e campane aperte, con un profilo che la distingue dagli altri modelli dell’Italia centrale. Le fonti locali la collegano a una famiglia di suonatori della vicina Cusciano. La memoria del paese, raccolta quando ancora si poteva, fissa la data del tramonto: alla fine dell’Ottocento l’organetto aveva ormai preso il posto della zampogna nelle feste, e una testimone di novantun anni non aveva alcun ricordo diretto dello strumento che il padre, nato nel 1876, conosceva solo per sentito dire. Le cronache musicali regionali registrano anche un secondo tipo abruzzese, la zampogna avezzanese dell’area del Fucino. Due varianti, una stessa parabola.

Gabriele d’Annunzio, che dei suoni d’Abruzzo fu un archivio involontario, lasciò nelle prose sui pastori un dettaglio di liuteria povera: le zampogne si assemblavano con la cera dei torchi votivi e con fili di lino ricavati dalle vecchie tovaglie d’altare. Il dettaglio conta al di là della letteratura, perché descrive una liuteria di recupero, fatta con i materiali che le chiese dismettevano, e colloca la costruzione degli strumenti dentro la stessa economia devozionale in cui gli strumenti suonavano. La chiesa forniva la cera. Gli zampognari la restituivano in novene.

La coppia non è un reperto. Nelle file dell’Orchestra dei Serpenti le ciaramelle stanno sul leggio di Christian Di Marco, che nell’organico 2026 figura con ciaramelle, flauti e percussioni: il timbro che per secoli ha bucato l’aria delle novene ora attraversa gli arrangiamenti per un organico senza archi, dove il suo attacco tagliente serve esattamente allo scopo di prima, farsi sentire sopra tutto il resto. La filiera dei costruttori, da Scapoli in su, continua a produrre taglie numerate per una domanda che non si è spenta. Ogni dicembre, davanti ai portoni, la macchina a due voci riparte: bordone sotto, melodia sopra, come da qualche secolo a questa parte.

Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario
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Hanno scrittoDaniela D’Alimonte · Lorenzo Pagano · Elso Simone Serpentini · Gabriella Serafini
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