Pizza dolce e sfujiatelle: la Pasquetta, il canto che bussava alle porte
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Pizza dolce e sfujiatelle: la Pasquetta, il canto che bussava alle porte
Squadre con organetto e ciaramelle, la serenata di Scanno, i versi di Palmoli: come funzionava la Pasquetta, la questua cantata dell'Epifania in Abruzzo.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Nel calendario dei paesi c’era un mestiere che si esercitava poche notti l’anno: presentarsi sotto una finestra, cantare, e avere in cambio qualcosa da mangiare. Si chiama questua. Il ciclo si apriva d’inverno e toccava date fisse, e la più ricca di tutte, in Abruzzo, era la vigilia dell’Epifania, quando le squadre di cantori giravano di casa in casa per quella che carte e voci chiamano Pasquetta, e in certi paesi con altri nomi ancora, a seconda di come il nome della Befana si era piegato nella bocca di ciascuno. Il nome Pasquetta qui non c’entra con la gita del lunedì dell’Angelo. Indica la prima Pasqua dell’anno, perché dopo la messa dell’Epifania il celebrante annunciava dall’altare la data della Pasqua vera, e con quella tutto il calendario mobile dell’anno liturgico. La notte prima, quel calendario si cantava porta per porta.
Chi girava erano comitive di giovani, organizzate come piccole orchestre da strada: organetto a due bassi, ciaramelle e zampogne, chitarre, tamburelli, e in certi paesi strumenti da rumore come le raganelle, perché la questua doveva anche farsi sentire da lontano, annunciarsi prima di arrivare, svegliare chi aveva fatto finta di addormentarsi presto. A Scanno i cantori uscivano con le cappe, tabarri di panno nero chiusi da alamari d’argento, e la loro serenata ha un nome che rimanda alle calzette da riempire: il canto elenca alla padrona di casa quello che serve, le mandorle e i fichi, il vino, la grascia intera dell’anno nuovo, e in coda chiede anche un poco d’amore. La struttura era quasi ovunque doppia. Prima la parte sacra, con i Magi in viaggio e l’annuncio della nascita; poi la parte di richiesta, dove il tono cambia, il ritmo si stringe e comincia la contrattazione cantata con chi sta dietro la porta e deve decidere se aprire.
A Palmoli, in provincia di Chieti, i suonatori si radunavano nella piazza del castello e partivano per il giro delle case, un itinerario che toccava porta per porta le famiglie del paese e che poteva durare fino al mattino, con le soste più lunghe davanti alle dispense migliori. I cantori andavano al sodo. Il canto raccolto lì mette in fila il menù della notte:
Pizza dolce e sfujiatelle,
scrippellette e turcinelle.
Sono versi anonimi di tradizione orale, trascritti dalla voce dei cantori di Palmoli. La chiusa avvertiva che la squadra non se ne sarebbe andata senza regali, e non era una minaccia da prendere alla lettera: era la regola di un gioco che tutti conoscevano, dove il rifiuto secco avrebbe rotto un patto di vicinato assai più costoso di un piatto di dolci, perché chi negava l’offerta ai cantori si tirava addosso la fama dello spilorcio per un anno intero. Chi apriva dava scrippelle, uova, salsicce, vino novello. Chi non apriva sapeva di comprarsi una strofa di scherno, che il paese avrebbe imparato prima di sera.
Gennaro Finamore e Antonio De Nino hanno messo per iscritto queste usanze tra Ottocento e primo Novecento, ciascuno per i suoi paesi, e dalle loro pagine il sistema si legge con chiarezza: la questua era una economia di stagione. D’inverno i campi non pagavano nessuno. Le notti tra Natale e Sant’Antonio abate diventavano allora il turno di lavoro dei suonatori, che con tre o quattro uscite mettevano insieme scorte vere, uova, farina, carne del maiale appena ammazzato, vino, tutto quello che una dispensa contadina poteva cedere senza svuotarsi. La grascia, cioè l’abbondanza augurata alla casa e insieme incassata dai cantori, in un equilibrio dove nessuno dei due contraenti usciva in perdita. Ogni data aveva il suo canto. All’Epifania la Pasquetta, il 17 gennaio il canto di Sant’Antonio con il santo e il porcello, e più avanti le questue delle uova legate alla Pasqua. Il repertorio era un calendario. Chi sentiva il canto dalla finestra sapeva che giorno era senza chiedere.
Attorno al canto, la vigilia dell’Epifania portava un intero armamentario di divinazioni domestiche, che gli stessi raccoglitori annotarono paese per paese. Le ragazze mettevano sotto il guanciale tre fave, una con il guscio, una sbucciata e una a metà, e al risveglio la fava pescata al buio prediceva la ricchezza dello sposo; sul focolare si bruciavano foglie d’olivo per leggere presagi nel modo in cui ardevano. A Vasto si conservava il tizzone delle tre vigilie: un ceppo acceso la vigilia di Natale, spento e riacceso a Capodanno e all’Epifania, e la mattina del 6 gennaio lanciato dalla finestra il più lontano possibile, a portarsi via le tentazioni dell’anno. A Lama dei Peligni la serenata prendeva il nome di Pasquetta del bambino. Niente era lasciato al caso. Sono dettagli minuti, e sono la prova di quanto quella notte contasse: attorno a un canto di questua si era accumulato lo stesso apparato di gesti che altrove accompagna i grandi passaggi dell’anno.
La Pasquetta si canta ancora. In più paesi delle province di Chieti e dell’Aquila le squadre escono la notte del 5 gennaio con l’organetto e i testi imparati dai vecchi, e a Scanno la serenata si canta con le cappe addosso, davanti a cronisti locali che la registrano ogni anno. Quello che è cambiato è il compenso: oggi si canta per il rinfresco e per la serata insieme, non per la dispensa, e la contrattazione cantata è diventata una cerimonia di memoria. La meccanica però regge intatta, con la porta chiusa, il canto fuori, la porta che si apre. Il gioco tiene. A settembre, chiusa la vendemmia, i gruppi cominciano a riprovare le parti nelle cantine e nelle sedi delle associazioni, perché un repertorio che si esegue una notte sola all’anno va rimontato ogni autunno da capo, con le voci nuove da inserire e le strofe che qualcuno nel frattempo ha dimenticato. L’inverno delle questue si prepara adesso.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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