Scrivere una vocale che quasi non c’è: il metodo Finamore
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Scrivere una vocale che quasi non c’è: il metodo Finamore
Gennaro Finamore (1836-1923), medico di Gessopalena: il Vocabolario dell'uso abruzzese del 1880 e del 1893, la e muta e il segno š nella grafia del dialetto.

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C’è una vocale, in abruzzese, che con l’alfabeto italiano non si scrive. È la e indistinta delle sillabe atone, un suono smorzato che non cade mai del tutto ma non si pronuncia mai per intero, diffuso in quasi tutta la regione con l’eccezione dell’area aquilana, e per un raccoglitore dell’Ottocento quel suono era un incubo tecnico. I fonografi non esistevano. Esisteva la carta, e sulla carta ogni suono andava reso con un segno, altrimenti il canto trascritto a Lanciano sarebbe stato letto a Roma con le vocali sbagliate. Gennaro Finamore passò decenni dentro questo problema.
I dati anagrafici prima di tutto. Nato a Gessopalena l’11 agosto 1836, figlio di un avvocato, studente al seminario di Lanciano e poi a Montecassino, laureato in medicina a Napoli nel 1865, medico per una quindicina d’anni, quindi insegnante al ginnasio di Lanciano dal 1895 e preside del liceo classico dal 1901 al 1914. Morì a Lanciano il 9 luglio 1923. La prima raccolta, i Canti popolari di Gessopalena, è dello stesso anno della laurea: a ventinove anni il medico aveva già deciso che il paese dove era nato meritava uno studio con metodo.
Il Vocabolario dell’uso abruzzese uscì nel 1880, costruito sulla parlata di Gessopalena, e tornò in libreria nel 1893 in una seconda edizione ampliata che prendeva a riferimento il dialetto di Lanciano. Non è un dizionario nel senso corrente. È un sistema di notazione: per ogni voce Finamore fissò una grafia che permettesse di ricostruire la pronuncia, con appunti grammaticali e fonologici, seguendo il metodo comparativo della scuola neogrammatica tedesca, la più rigorosa del suo tempo. Ai dialettologi di oggi restano alcune sue convenzioni. La più nota è la š con il segno sopra, introdotta proprio da lui per la s che precede t e d: chi scrive štanze o šdoppie usa, sapendolo o no, un pezzo del suo alfabeto.
La e muta era il nodo più duro. Le soluzioni tentate in Abruzzo sono state molte, dall’apostrofo alla e con la dieresi proposta dai dialettologi, e la discussione arriva fino ai gruppi dialettali di adesso, segno che il problema individuato allora resta aperto: una lingua parlata da centinaia di migliaia di persone continua a non avere una regola ortografica condivisa. Finamore scelse la strada del compromesso scientifico, segni diacritici dove servivano, e accettò il costo: le sue pagine si leggono lentamente. In cambio si leggono giuste. Tra la prima e la seconda edizione passano tredici anni di lavoro, e il passaggio dalla parlata del paese natale a quella della città dove esercitava allarga il quadro: il vocabolario del 1893 mette a confronto varianti di area diversa, e diventa uno strumento comparativo oltre che descrittivo.
Il legame con la musica è più stretto di quanto sembri. Nel canto la e indistinta si comporta in modo speciale: la melodia le assegna una nota, e quella sillaba che nel parlato quasi scompare torna sonora, allungata, piena. Chi oggi impara un canto abruzzese da una trascrizione ottocentesca deve sapere quali vocali il cantore avrebbe schiacciato e quali no, altrimenti accenta il verso come un italiano e il ritmo si sfalda. Le grafie servono esattamente a questo. Sono istruzioni di pronuncia, quindi istruzioni di fraseggio: le sillabe di un verso dialettale si contano sulla bocca di chi lo dice, non sull’ortografia italiana, e senza quei segni il conto esce sbagliato.
Il lavoro sui canti corse in parallelo. Le Tradizioni popolari abruzzesi uscirono nel 1882, le Novelle popolari abruzzesi nel 1889, e nel 1898 arrivò Dialetto e lingua, la riflessione matura di un uomo che aveva passato la vita a misurare la distanza tra le due. L’amicizia con Giuseppe Pitrè, il grande folclorista palermitano, gli aprì le pagine dell’archivio di studi sulle tradizioni popolari che Pitrè dirigeva: l’Abruzzo di Finamore entrò così nel circuito nazionale della disciplina, accanto alla Sicilia e alla Toscana, con la sua ortografia speciale in bella vista. La generazione dei primi raccoglitori abruzzesi, del resto, veniva tutta da mestieri civili: De Nino insegnava nelle elementari, Finamore visitava i malati, e nessuno dei due ebbe mai una cattedra universitaria di quelle discipline che stavano contribuendo a fondare. La ricerca sul campo nacque come secondo lavoro, pagato di tasca propria. Forse per questo rimase così vicina alle persone studiate.
Il doppio mestiere contava, in pratica. Un medico dell’Ottocento entrava nelle case di tutti e sentiva parlare la gente nel momento in cui la lingua è meno sorvegliata, al capezzale come in cucina, e per Finamore la professione diventò un laboratorio di ascolto. La precisione delle sue trascrizioni deve qualcosa a questa origine domestica. Il grosso del materiale arrivava dai giorni feriali più che dalle feste, con le formule di scongiuro e le ninne nanne colte alla velocità naturale del parlato, e un orecchio clinico, allenato a distinguere un respiro sano da uno malato, distingueva anche una vocale piena da una svuotata.
Un secolo dopo, i magnetofoni hanno dato ragione al suo scrupolo. Le registrazioni novecentesche dei canti abruzzesi confermano quello che le sue grafie cercavano di fissare: le atone indistinte e la s che si fa š davanti a t, con le aperture di timbro che cambiano da valle a valle. La carta di Finamore e il nastro degli archivi sonori si controllano a vicenda, ed è un controllo che pochi dialetti d’Italia possono permettersi con questa precisione. L’uomo riposa a Lanciano dal 1923. Il suo alfabeto serve ancora, nelle mani di chiunque provi a scrivere come suona l’Abruzzo.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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