Tuffete sulla strada: la catena del camino e i suoi divieti
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Tuffete sulla strada: la catena del camino e i suoi divieti
La catena del camino non andava toccata: si scuoteva la testa dei morti. E nel temporale, scrive De Nino, a Pratola Peligna finiva in mezzo alla strada.

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Nelle cucine contadine dell’Abruzzo dell’Ottocento la catena pende dentro la cappa del camino, fissata a un grosso chiodo, e regge il paiolo che bolle. Antonio De Nino la descrive così, entrando in una casa dove il fuoco è acceso e la minestra è a mezza cottura. È il ferro più serio della casa. Non si sposta e non si presta, e in parecchi paesi, negli anni in cui De Nino e Gennaro Finamore giravano la regione a trascrivere quello che la gente diceva a mezza voce, non andava nemmeno toccata senza una ragione.
Il divieto aveva una motivazione precisa: la catena del camino non si tocca perché, a scuoterla, si scuote anche «la testa dei morti». De Nino registra la credenza in più paesi della provincia di Chieti, da Atessa a Fara San Martino, e a Pratola Peligna. Tanto bastava. Quel ferro appeso al centro della casa scendeva, per chi ci credeva, molto più in basso del focolare e della sua pietra, fino a un sonno che nessuno, per nessun motivo, voleva permettersi di disturbare.
Poi arrivava il temporale, e allora la catena finiva fuori di casa. De Nino racconta le donne di Pratola Peligna che corrono a spiccare le catene dal camino e le buttano in mezzo alla strada, e nel raccontarlo trascrive perfino il rumore, tuffete, il tonfo del ferro sui ciottoli. Si domanda poi, senza trovare risposta, se volessero incatenare il maltempo o allontanare la folgore dal tetto. Il gesto si sentiva da lontano.
Gennaro Finamore, nel 1890, elenca quello che si getta fuori dall’uscio quando la grandine minaccia: la catena del focolare, un rametto di palma benedetta e un po’ di acqua santa. Due cose sacre e un ferro nero. Nello scongiuro, il fracasso della catena era la parte che si sentiva, ferro battuto sulle pietre della via, come una campana senza chiesa, mentre l’acqua santa cadeva a terra in silenzio.
La stessa catena serviva anche a guarire. De Nino riferisce il rimedio per i porri: un pezzo di carne strofinato sulle escrescenze va appeso alla catena del focolare, e come la carne si asciuga al fumo così, si diceva, si sarebbero asciugati anche i porri. Poi ogni cosa tornava al suo posto, il paiolo sull’anello e il coperchio sul paiolo. La catena restava lì, nera nel fumo, con le sue regole.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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