Un cerchio di faggio contro la fatica: il tamburello da Torrepaduli a Teramo
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Giancarlo Paglialunga
Un cerchio di faggio contro la fatica: il tamburello da Torrepaduli a Teramo
Faggio piegato, pelle di capretto, sonagli di alluminio: il tamburello della pizzica, la bottega di Torrepaduli e Giancarlo Paglialunga, voce e ritmo.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Trentacinque centimetri di diametro. Un cerchio di faggio, una pelle di capretto, dischetti di metallo infilati a coppie nelle finestre del legno. La distinta dei materiali di un tamburello da pizzica sta in una riga, e chi visita una bottega come quella storica di Torrepaduli, nel basso Salento, scopre che il novanta per cento della lavorazione avviene ancora a mano: le macchine servono per forare le sedi dei sonagli, tutto il resto, dalla piegatura del cerchio alla tesatura della pelle, passa per le dita dell’artigiano. La pelle di capretto viene preferita a quella di capra adulta per una ragione da concertista: tiene meglio l’umidità e resta accordata più a lungo, che nelle notti all’aperto di agosto è la differenza tra suonare e fermarsi.
Su questo oggetto elementare la musica del Mezzogiorno adriatico e ionico ha costruito il proprio scheletro ritmico. Il tamburello è lo strumento portante delle tarantelle meridionali e della pizzica salentina, e la sua tecnica si è affinata proprio per reggere esecuzioni lunghissime: i suonatori alternano le dita per distribuire la fatica, sfregano un dito inumidito sulla pelle per ottenere un suono continuo, un lamento sordo che sale dal tamburo senza colpo, e nelle figure veloci lasciano che il cerchio stesso incontri il dito a metà strada, guadagnando una nota su tre. Sono soluzioni nate sul campo. Le ha imposte la durata delle ronde, i cerchi di suonatori e cantori dentro cui si balla la pizzica: lì un ritmo può andare avanti un’ora senza pause, i cantori si passano le strofe, e i tamburellisti si danno il cambio quando il braccio cede.
La storia dello strumento nel Salento passa per la stagione documentata dagli studi sul tarantismo, quando il tamburello scandiva le terapie domestiche delle tarantate: il ritmo ossessivo, mantenuto per ore dentro le case, era parte del dispositivo che Ernesto de Martino e la sua squadra descrissero sul finire degli anni Cinquanta. Da quella vicenda il tamburello salentino ha ereditato uno statuto speciale, lontano dal folclore da cartolina: chi lo suona nelle feste di oggi maneggia, che lo sappia o no, l’attrezzo di una pratica che per secoli ha tenuto insieme la musica e la guarigione. Il suono secco della pelle e il fruscio dei sonagli erano una tecnologia. La più economica che quelle comunità avessero.
La geografia del tamburo a cerchio, però, non coincide con il solo Salento. Lungo la dorsale che dai pascoli d’Abruzzo scendeva in Puglia, lo strumento compare dovunque: nel Teramano accompagnava la zampogna locale nelle feste e nelle processioni, come documenta la memoria di Cerqueto, e nelle raccolte sonore abruzzesi i colpi del tamburello stanno sotto saltarelle e serenate esattamente come sotto le pizziche del Capo di Leuca. La famiglia dei tamburi a corona di legno è comunque più larga del solo tamburello: in Campania la tammorra, di diametro maggiore e anch’essa munita di cimbali, regge un repertorio suo. È una parentela da prendere alla lettera. Le vie della transumanza collegavano le due estremità, e con le greggi viaggiavano i suonatori: il tamburo a cerchio è tra le prove materiali di quella circolazione, simile nella fattura da un capo all’altro dei tratturi.
Tra gli interpreti viventi, il nome che meglio riassume la doppia natura dello strumento, ritmo e voce insieme, è quello di Giancarlo Paglialunga, nato a Galatina nel 1975. La sua formazione è avvenuta nel modo antico, ascoltando le fonti dirette e frequentando ronde e feste, e la sua carriera attraversa i progetti maggiori della riproposta salentina: voce solista alle edizioni 2010 e 2011 della Notte della Taranta dirette da Ludovico Einaudi, membro del Canzoniere Grecanico Salentino dal 2010, un disco a suo nome, T’amai, nel 2011, e nel 2017 l’antologia Tamburu, pubblicata da Squilibri, che raccoglie quasi vent’anni di collaborazioni. L’antologia è istruttiva anche come mappa: dentro ci sono tracce incise con la Bandadriatica nel 2007, con la Salentorkestra nel 2008, con Enza Pagliara e con il Canzoniere, a documentare quanti organici diversi possano poggiare sullo stesso paio di mani. La critica gli riconosce un «timbro arcaico». E una mano sanguigna. La formula tecnica è precisa: nella tradizione salentina il tamburellista canta, e le due azioni non si dividono, il colpo sostiene il verso e il verso si appoggia al colpo.
Il legame tra Salento e Abruzzo, su questo strumento, è un fatto di repertorio, e la storia recente lo conferma: i musicisti della scena salentina e quelli della scena abruzzese si incrociano da anni sugli stessi palchi, dentro la geografia che fu dei tratturi e che oggi è dei festival. Il tamburello passa di mano senza traduzioni. Un ritmo di pizzica e un ritmo di saltarella chiedono allo strumento gesti diversi, ma la presa e la rotazione del polso restano le stesse da Teramo a Leuca.
Chi oggi vuole un tamburello serio lo ordina da botteghe che lavorano su misura, scegliendo il diametro e il taglio dei sonagli: al variare della misura dei dischetti il suono diventa più o meno metallico, e i suonatori esperti scelgono la combinazione secondo il repertorio che li aspetta. La pelle si consuma e si cambia. Un tamburellista attivo ne attraversa parecchie in una vita, e ogni pelle nuova va suonata finché non cede al centro, dove batte il pollice. Lo strumento perfetto non esiste in astratto. Esiste quello giusto per una mano, e le botteghe del Salento continuano a costruirlo un pezzo alla volta, novanta per cento a mano, come prima dei riflettori.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €
