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Ventitré sì e due no: il verbale che tolse il teatro a Teramo

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Abruzzo

Ventitré sì e due no: il verbale che tolse il teatro a Teramo

Il 18 maggio 1959 il consiglio comunale di Teramo approvò l'abbattimento del teatro con 23 voti su 25; il 30 novembre entrò il piccone. Atti e date.

16 Settembre 20265 min di lettura
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Ventitré sì e due no: il verbale che tolse il teatro a Teramo

Seconda puntata della nostra serie sul teatro comunale di Teramo. La prima ha raccontato la sala di Nicola Mezucelli, i 608 posti, i 56 palchi, il sipario con Petrarca in Campidoglio. Questa racconta come la città decise di non averla più. La guida è sempre il libro di Elso Simone Serpentini, della nostra redazione, Solo il piccone. Come abbattemmo il teatro comunale di Teramo (Artemia Nova Editrice, 2015): già il titolo contiene la tesi, perché quel «abbattemmo» in prima persona plurale rifiuta la comodità del colpevole esterno. Non venne un terremoto, non venne una bomba. Vennero un ordine del giorno, una votazione e un’impresa di demolizioni. Le persone che presero quelle decisioni sono tutte scomparse da tempo: qui non si processano, si leggono le carte che hanno lasciato, con le date che portano scritte sopra.

La pratica covava da anni. Già nel 1953, sotto l’amministrazione guidata dal colonnello Alfredo Biocca, in municipio si ragionava sul destino dell’edificio: la sala ottocentesca viveva ormai di solo cinema dal 1954, i costi di adeguamento crescevano, il patrimonio comunale cercava reddito. Il 29 marzo 1958 il consiglio comunale si riunì con un solo punto in discussione, e il verbale lo registra con una formula di sei parole che vale un epitaffio:

Teatro Comunale. Provvedimenti.

Sindaco era Carino Gambacorta, democristiano. La linea della maggioranza era dichiarata: al posto del vecchio teatro, giudicato superato e oneroso, sarebbero sorti un cinema-teatro moderno e un grande magazzino della catena Standa. Dall’opposizione qualcuno preparò proposte alternative sapendo che sarebbero state respinte, e le cronache ricostruite da Certa Stampa registrano proprio questo clima: un esito scontato prima ancora del voto. La delibera decisiva arrivò l’anno seguente, il 18 maggio 1959. Su venticinque consiglieri presenti, ventitré votarono a favore dell’abbattimento e due contro. Due voti. Il 30 novembre 1959, un lunedì di fine autunno, i picconi cominciarono a scendere sui muri di corso San Giorgio, e a quel punto ogni discussione diventò accademica perché un teatro demolito non ha appello.

Per capire quei ventitré sì bisogna guardare fuori Teramo. L’Italia del 1959 era in piena espansione edilizia, il cinema riempiva le sale ogni sera, e i teatri all’italiana delle città medie risultavano ai bilanci comunali come immobili costosi con la platea vuota. La stagione dei grandi magazzini toccava allora le città di provincia: portare la Standa sul corso significava, agli occhi di molti amministratori dell’epoca, portare la modernità in centro. Teramo dentro questo clima demolì parecchio, e i lettori del Centro l’hanno chiamata, a distanza di decenni, «l’era dei picconatori»: se ne andarono in quegli anni la Fontana delle Piccine di Luigi Cavacchioli, l’arco di Monsignore, il palazzo neogotico del Credito abruzzese in piazza Orsini. Il teatro fu il pezzo più grosso. E non fu un’anomalia abruzzese in senso stretto: quattro anni dopo, nel settembre 1963, Pescara avrebbe abbattuto con l’esplosivo il Teatro Pomponi del 1923, per un albergo mai costruito. Di questi paralleli nazionali si occupa la rubrica mensile Al posto del teatro, uscita domenica scorsa su queste pagine.

Dentro questo quadro, la scelta teramana smette di sembrare un’eccentricità e diventa leggibile. Era una scelta di bilancio e di immagine, presa alla luce del sole, a verbale, con voto palese. Serpentini insiste su un punto che le date confermano: non ci fu inganno, ci fu consenso. Il consiglio votò quasi unanime. I giornali locali seguirono la vicenda senza sollevazioni di massa, la città guardò il cantiere. Chi cerca in questa storia un cattivo con nome e cognome trova invece una maggioranza larga, un’opinione pubblica tiepida e un’idea di progresso condivisa ben oltre i banchi della giunta: è una lezione più scomoda di qualunque processo postumo, perché riguarda il modo in cui una comunità intera misura il valore di un edificio.

Della demolizione materiale restano pochi fotogrammi e una coda curiosa, documentata negli atti. Il grande lampadario di bronzo dorato, disegnato da Carlo Ferrario e fuso da Antonio Pandiani a Milano, venne messo in salvo: nel 1960 risulta in un deposito comunale. L’11 gennaio 1960 don Giovanni Iobbi, per la Vicaria Curata di Sant’Agostino, lo chiese in dono per la chiesa del Cuore Immacolato di Maria, allora in costruzione a piazza Garibaldi. Il 9 febbraio 1960 la giunta municipale acconsentì con la deliberazione numero 80/38, cedendo, così scrive l’atto, «il lampadario di che trattasi». Alla parrocchia non arrivò mai. Da lì in poi le versioni divergono: secondo una ricostruzione fu trafugato e venduto a un rigattiere, poi condannato per ricettazione, e finì smembrato in fonderia come metallo vecchio; secondo un’altra, Mezucelli avrebbe fatto realizzare a suo tempo due esemplari, e quello appeso oggi nella chiesa della Santissima Annunziata di via Nicola Palma, molto somigliante, sarebbe la copia superstite. Nessuna delle due versioni è provata. Restano la delibera, il deposito e un soffitto vuoto.

C’è un dettaglio di calendario che chiude questa puntata meglio di ogni commento. La delibera di cessione del lampadario porta la data del febbraio 1960: a quella data il teatro non esisteva già più, e l’amministrazione stava distribuendo i suoi resti come si fa con un’eredità. Novantun anni di attività liquidati in nove mesi di atti, dal voto del maggio 1959 all’ultima firma sul candelabro. La prossima puntata racconta cosa venne costruito su quel vuoto e cosa significò, per cinquantacinque anni, essere un capoluogo di provincia senza un palcoscenico: il cineteatro, la Standa, l’OVS, e la memoria che intanto lavorava sottotraccia.

Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario
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Hanno scrittoDaniela D’Alimonte · Lorenzo Pagano · Elso Simone Serpentini · Gabriella Serafini
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