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Vola vola vola, l’inno affettivo dell’Abruzzo

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canzone abruzzese

Vola vola vola, l’inno affettivo dell’Abruzzo

Nata a Ortona nel 1922 da un gioco di bambini, la canzone di Dommarco e Albanese racconta lo stesso corteggiamento senza contatto che l'Abruzzo balla nella saltarella.

di Marialessia Musumeci1 Ottobre 20263 min di lettura
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1 Ottobre 2026I canti
Vola vola vola, l’inno affettivo dell’Abruzzo

Vola vola vola nasce a Ortona nella primavera del 1922. Il testo è di Luigi Dommarco, poeta e giornalista ortonese; la musica è di Guido Albanese, suo concittadino, allora ventinovenne e con il diploma di composizione appena preso a Bologna. Al concorso di Lanciano, in aprile, la canzone passò quasi inosservata. L’8 maggio vinse la terza Maggiolata ortonese, la rassegna di canzoni dialettali nata due anni prima, e a giugno trionfò alla festa delle canzoni di Teramo. Da lì non si è più fermata: nel corso del Novecento è diventata la canzone abruzzese più conosciuta al mondo, e migliaia di emigrati l’hanno portata con sé, nella valigia e nella memoria.

Il titolo viene da un gioco di bambini. Un gruppo di ragazzi appoggia l’indice sul ginocchio di un compagno; chi comanda grida «vola, vola, vola» e nomina un animale. Se l’animale vola, tutti alzano il dito. Se non vola, chi lo alza ha sbagliato e paga pegno. Dommarco prende quel gioco e ne fa una canzone d’amore.

Il protagonista vorrebbe far tornare, anche solo per un’ora, il tempo felice dell’infanzia, quando si giocava insieme e i baci erano leggeri. Ricorda il giorno in cui, per riscattare un pegno, fu condannato a baciare la compagna di giochi. Quella bambina capricciosa, con le trecce e la frangetta, oggi è una donna seria e riservata, ma il suo sentimento non si è spostato di un millimetro. Gli basterebbe un bacio appena sfiorato, come quelli di allora.

Il ritornello riprende la formula del gioco e la consegna al coro. Quel «vola, vola, vola» ripetuto è fatto per essere cantato da tutti, ed è forse qui il segreto della sua fortuna: al secondo giro la canta già chiunque. La storia completa della canzone, dalle prime esecuzioni al Festival di Parigi del 1953, l’abbiamo raccontata qui.

Lo stesso corteggiamento a distanza, fatto di sguardi e di ritrosie, l’Abruzzo lo balla da secoli nella saltarella, la variante regionale del saltarello diffuso in tutta l’Italia centrale, che qualcuno fa risalire alla saltatio dei Romani. Era il ballo delle feste della comunità, della vendemmia, della trebbiatura, del carnevale, dei matrimoni, e apparteneva alla vita dei contadini e dei pastori.

A differenza di altre danze del Sud, la saltarella è prima di tutto un ballo di corteggiamento. La coppia balla al centro di un cerchio formato dai presenti, uno di fronte all’altra, senza toccarsi, o al massimo sfiorandosi. L’uomo mostra vigore e abilità con passi saltati; la donna risponde con passi rapidi, il movimento dei fianchi, sguardi d’intesa o di finta ritrosia. Le braccia restano aperte verso il compagno, poggiate sui fianchi o portate dietro la schiena nei giri.

La musica corre veloce, in sei ottavi o in tre ottavi, con una spinta ritmica che non cala mai. La guida è l’organetto diatonico: il mantice detta il passo e accelera quando il ballo si accende. Intorno possono entrare il tamburello, la zampogna nelle zone di montagna del Teramano e dell’Aquilano, gli stornelli improvvisati.

Il gioco di Dommarco e il cerchio della saltarella raccontano la stessa cosa: un amore che si dichiara senza toccarsi, e che proprio per questo resta.

Il testo è diMarialessia MusumeciCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico del Serpentario.
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