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La bottega di Casoli di Atri: Pietro Tavani, maestro di ddù bbotte

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La bottega di Casoli di Atri: Pietro Tavani, maestro di ddù bbotte

A Casoli di Atri, frazione collinare fra Atri e il mare, Pietro Tavani (1923-2010) ha costruito a mano organetti diatonici nella bottega aperta dal nonno omonimo nell'Ottocento. Era anche suonatore, compositore e insegnante, e portò il suo strumento fino agli emigranti abruzzesi all'estero.

di GABRIELLA SERAFINI28 Agosto 20265 min di lettura
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La bottega di Casoli di Atri: Pietro Tavani, maestro di ddù bbotte

Pietro Tavani nacque a Casoli di Atri nel 1923 e morì il 6 ottobre 2010, all’età di 87 anni. È ricordato come uno degli ultimi grandi artigiani abruzzesi specializzati nella costruzione dell’organetto diatonico, conosciuto in Abruzzo con il nome popolare di “ddù bbotte”.

La sua bottega artigiana era ed è ancora lì, nel borgo di Casoli di Atri, posto sulla collina di fronte al mare fra Roseto degli Abruzzi e Pineto. Era uno dei rarissimi laboratori in cui si costruiva ancora manualmente l’organetto, che ha accompagnato migliaia e migliaia di feste popolari. La preziosa bottega è una piccola stanza nel corso principale, dove si possono ammirare gli affreschi sulle facciate delle case, come in un museo sotto le stelle. Pietro Tavani, maestro costruttore e maestro suonatore di organetto diatonico, era sempre lì, pronto a farti sentire un ritmo travolgente, pronto a spiegarti l’armonia, le vernici che meglio si adattano al legno utilizzato per la costruzione (ciliegio americano), l’importanza di ogni dettaglio per rendere, appunto, armonico uno strumento nato fra i poveri e per i poveri, che ha saputo però conquistare anche i teatri. Il suo rapporto con lo strumento era particolarmente profondo. Tavani costruiva personalmente i suoi organetti, prestando grande attenzione al legno, alle vernici, all’armonia e ai dettagli costruttivi. La sua abilità manuale si accompagnava a una notevole capacità musicale.

Pietro Tavani non fu però soltanto un costruttore. Fu anche suonatore e insegnante, tanto da essere considerato un vero maestro del ddù bbotte. Nella sua piccola bottega di Casoli di Atri costruiva gli strumenti, ne curava ogni particolare e riparava anche fisarmoniche. Allo stesso tempo insegnava a suonare a persone di età e formazione diverse, trasmettendo non soltanto una tecnica musicale, ma una parte importante della tradizione popolare abruzzese.

L’arte l’aveva ereditata dal nonno, che aveva fondato il laboratorio nel 1860. La vera storia di questa bottega viene raccontata dalla figlia Anna Sofia: il nonno di Pietro, Pietro anch’egli, aveva un organetto rotto e pensò di andare a Castelfidardo per aggiustarlo. Andò a piedi, ed era pieno inverno; si recò dai maestri fisarmonicisti e accordatori, si fece fare il lavoro e ripartì per Casoli di Atri, sempre a piedi. Arrivato in prossimità del paese, per una malcapitata sorte, l’organetto gli cadde dalle mani e si ruppe un’altra volta! Fu allora che pensò di provare ad aggiustarlo da solo, visto il tempo e la distanza che lo separavano da Castelfidardo. Strana la sorte… strano il destino!

Ma il vero artista è stato Pietro Tavani junior, “dalle dita impossibili”, “dalla chioma bianchissima”, sostiene Maggitti, e “costruendo e suonando ddù bbotte rinnova ogni giorno il suo elisir per il sorriso perenne che gli domina il viso, anticipato da un naso curioso e bonario, alla base del quale stanno allegri baffi bianchi e sul quale montano occhialoni d’osso da ayatollah…”.

La fama di Pietro Tavani ha varcato i confini regionali: era instancabile e faceva serate su serate con il suo strumento, ha portato la forza coinvolgente del suo organetto anche all’estero, suonando per emigranti abruzzesi in varie parti del mondo e per stranieri curiosi di ascoltare questo “musicante” dagli occhi scuri e vivissimi, dal sorriso sempre pronto.

Si racconta come a Pescara, negli anni Settanta, gli organizzatori di uno spettacolo incaricarono Pietro Tavani di intrattenere il pubblico in attesa dell’arrivo di un coro, raccomandandogli di non sforare i dieci minuti. Il Maestro salì, con il sorriso di chi è un vecchio saggio che già sa come andrà a finire, e iniziò a far correre le sue dita sui tasti dell’organetto con un virtuosismo che entusiasmò il pubblico. Risultato? Le persone in piedi ad applaudirlo, quattro bis e più di una mezz’oretta di organetto.

Luca Maggitti ha avuto modo di ascoltarlo in diverse occasioni e non poteva che sottolinearne la bravura; perciò mi piace concludere con le sue parole, che aprono anche uno scenario di valorizzazione di uno strumento ritenuto povero per i poveri, di ritmi e di armonie legati alla nostra terra:

“Non per pomparla sul nativismo, ma se è bello applaudire David Byrne dei Talking Heads quando va a scoprire le tradizioni brasiliane e sudamericane (Rei Momo), se è bello applaudire il lavoro fatto da Peter Gabriel in diverse parti del mondo, se è bello vedere Steward Copeland (drummer dei Police) perso nelle notti salentine alla scoperta di Taranta e Pizzica, se è bello sentire l’organetto diatonico di Talijanska nel disco di Goran Bregovic, se è bello applaudire il lavoro di Ry Cooder in Buena Vista Social Club… allora, vivaddio, è ancora più bello poter andare direttamente alla fonte di un patrimonio tradizionale, stringendo la mano al Maestro Pietro Tavani e sentendolo correre felice sulla tastiera, con quelle dita che hanno superato gli 80 anni… e se ne fregano.”

Fonti: registrazioni e testimonianze raccolte dall’autrice; Luca Maggitti, Pietro Tavani: maestro di “ddu’ bbotte”, roseto.com, 12 settembre 2005; Antonio Petillo, Il maestro con le dita che volano, roseto.com, 12 ottobre 2005; Luca Maggitti, Pietro Tavani: maestro costruttore, maestro suonatore, maestro di vita, roseto.com, 16 ottobre 2010; Luca Maggitti, Pietro Tavani: il Jimi Hendrix del “ddù bbotte”, roseto.com; Atri perde Pietrino, l’ultimo mago del ddù botte, Il Centro, ottobre 2010; rivista della Settembrata Abruzzese; Archivio Sonoro, Fondo Leydi – Abruzzo, saltarello abruzzese eseguito all’organetto diatonico da Pietro Tavani, registrazione a Casoli di Atri, 1984.

Il testo è diGABRIELLA SERAFINICon la supervisione del comitato tecnico-scientifico del Serpentario.
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