Kalinifta: la buonanotte in griko che chiude le notti del Salento
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1canti popolari
Kalinifta: la buonanotte in griko che chiude le notti del Salento
Il griko dei nove paesi della Grecìa salentina e i suoi canti: la Matinata di Vito Domenico Palumbo, diventata Kalinifta, e il Klama di Franco Corlianò.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Chiudiamo la settimana del Salento e del Mezzogiorno con una lingua. In nove paesi dell’entroterra tra Lecce e Otranto, Calimera, Martano, Sternatìa e gli altri della cosiddetta Grecìa salentina, si è parlato fino a ieri, e in parte si parla ancora, il griko: un dialetto greco sopravvissuto in terra italiana, che gli studiosi fanno risalire secondo le scuole ai coloni dell’VIII secolo avanti Cristo o ai bizantini, e che dal 1999 la legge italiana sulle minoranze linguistiche riconosce e tutela. La discussione sulle origini dura da più di un secolo. I paesi restano nove. Attorno al nucleo storico si è formata negli anni un’Unione di comuni che ne conta undici e che porta ufficialmente il nome di Grecìa salentina, mentre la legge di tutela mette il greco di Puglia e Calabria nell’elenco delle dodici minoranze linguistiche riconosciute dallo Stato. La sopravvivenza, intanto, è passata quasi tutta per una strada sola: i canti.
Il personaggio chiave si chiama Vito Domenico Palumbo, nato a Calimera nel 1854 e morto nel 1918. Studioso in gran parte autodidatta, imparò oltre al greco antico e al latino anche il greco moderno, il francese, il tedesco e l’inglese, insegnò, collaborò con riviste, strinse rapporti con intellettuali di Grecia, e soprattutto raccolse: una raccolta di racconti popolari e una di canti, che restano tra le testimonianze fondamentali della letteratura grika. Tra i suoi versi c’è una serenata intitolata Matinata, il lamento di un innamorato che dalla finestra saluta una donna che non lo ricambia. A quel testo venne poi agganciata una melodia, e con la melodia arrivò il titolo con cui oggi la conoscono tutti: Kalinifta, buonanotte. I primi versi, nella traduzione corrente, suonano così:
Buonanotte, ti lascio, vado via,
dormi tu, che io parto dolente.
Sono parole d’autore, non anonime, e la distinzione per noi conta: il canto più famoso della Grecìa salentina è nato da un poeta con nome e cognome, come Vola vola vola è nato da Dommarco e Albanese, e in entrambi i casi il popolo se lo è preso lo stesso, cantandolo fino a consumare la firma. Kalinifta ha valicato presto i confini della provincia, arrivando fino in Sicilia e in Grecia, e oggi chiude il Concertone della Notte della Taranta a Melpignano, che della Grecìa salentina è uno dei paesi: decine di migliaia di persone che cantano la buonanotte in una lingua che non parlano, con le vocali lunghe tirate fino in fondo. Funziona così. Una lingua minacciata resta viva un ritornello alla volta.
Il griko ha prodotto canti nuovi anche nel Novecento pieno. Nel 1972 Franco Corlianò, ferroviere di Calimera, scrisse O klama i jineka u emigrantu, il pianto della moglie dell’emigrante: una donna guarda il marito partire per cercare lavoro all’estero, e il canto ne fissa il saluto con la durezza concreta delle partenze vere, con le valigie e il binario. Il brano, noto come Klama o come Andra mu pai, il mio uomo se ne va, attraversò il mare in direzione opposta agli emigranti: lo incise la cantante greca Maria Farantouri, voce delle canzoni civili del suo paese, e da allora appartiene ai due lati dello Ionio. Un canto scritto da un ferroviere salentino è entrato nel repertorio di Atene. Le lingue di confine fanno di questi scherzi, e il Klama resta uno dei documenti più diretti dell’emigrazione meridionale del dopoguerra, quando dai paesi della Grecìa si partiva per la Svizzera e per la Germania come dai nostri per le miniere del Belgio. Il binario, Corlianò, lo conosceva per mestiere. Dentro il canto c’è lo sguardo di chi le partenze le vedeva ogni mattina dal marciapiede della stazione, e forse per questo il brano, mezzo secolo dopo, si esegue ancora nelle serate salentine accanto ai canti anonimi della tradizione, come se il tempo gli avesse tolto la data di composizione.
La riproposta di questi canti ha una data di fondazione: nel 1975 la scrittrice Rina Durante mise in piedi il Canzoniere Grecanico Salentino, il gruppo che per primo trattò pizzica e canti griki come un repertorio da studiare ed eseguire con serietà, e che è ancora in attività mezzo secolo dopo. Da lì la filiera non si è più fermata, fino alla Notte della Taranta, fondata nel 1998 dai comuni salentini, e ai cori dei paesi che insegnano ai bambini canzoni in una lingua che i nonni parlavano e i genitori capiscono a metà. Il Canzoniere, del resto, lo abbiamo già incontrato due giorni fa sulla strada di Fimmene fimmene: le stesse mani hanno rimesso in circolo i canti griki e quelli delle tabacchine. I linguisti avvertono che il griko conversato si sta spegnendo. I canti, però, tengono aperto il canale: chi impara Kalinifta a orecchio impara suoni e accenti che nessun libro gli avrebbe consegnato. Per una redazione come la nostra, che passa l’anno sui canti abruzzesi in un dialetto che i più giovani non parlano in casa, la Grecìa salentina è quasi uno specchio. Lo specchio funziona. Anche da noi il repertorio ha ripreso a girare prima della lingua, e anche da noi sono i cori a rimettere le vocali giuste nelle bocche nuove, una prova alla volta. La lezione che arriva da laggiù sta in una frase. Finché un repertorio si canta, la sua lingua non è morta, e ogni sera d’estate, a Melpignano come a Pescara, qualcuno la tiene accesa ancora una notte, giusto il tempo di una buonanotte.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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