La partenza: due versi per chiudere la serenata
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
La partenza: due versi per chiudere la serenata
Nel proemio ai canti del 1880 Finamore annota che la serenata si chiude con una partenza di due versi: come nel canto 66, Partenza dulurósa, vita care.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Il congedo aveva un nome. Nel proemio alla raccolta di canti che chiude il Vocabolario dell’uso abruzzese, a pagina 267, Gennaro Finamore spiega la terminologia dei suoi cantori: canzone è il nome generico, stanza l’ottava, e quando si canta per serenata la canzone si chiude con una partenza, «due versi rimati od assonanti» con cui il cantore salutava e si avviava. Prima di andarsene, si cantava che si stava andando via.
La raccolta ne conserva un esempio nudo. Il canto 146, anonimo di tradizione orale, sta tutto in un distico che si poteva attaccare in coda a qualunque serenata dell’area di Lanciano, quattordici parole in tutto, con la rima compresa nel prezzo:
Ji’ me ne pàrt’ e mme ne vàde vije; / Te làsce nghe lu nóme de Marije.
Io me ne parto e me ne vado via, ti lascio col nome di Maria. Basta questo. Il cantore mette chi resta sotto la protezione di un nome che è insieme di donna e di Madonna, chiude la rima su Marije e lascia il vicolo al silenzio, che dopo una serenata è la vera ultima strofa.
La partenza numero 66 esce invece dalla bocca di chi la strada la teme. Qui il tono cambia. Chi la cantava non giocava più col congedo, perché a fine Ottocento mettersi in via voleva dire lavoro stagionale, leva o emigrazione, e nessuna delle tre aveva una data certa di ritorno:
Partenza dulurósa, vita care; / Chi sa dumàn’ a ssér’ addò’ me tróve.
Partenza dolorosa, vita cara, chissà domani a sera dove mi trovo. Due versi, nessuna certezza. Nei versi seguenti chi canta nomina Celenza, e la strofa si allarga in una piccola carta dell’incertezza, dove la sera dopo è già un altro paese e il distico serve a dirlo in anticipo a chi resta sotto la finestra.
Settembre finisce qui. Ieri era San Michele, le greggi sono in strada, e questa serie di parole, cominciata con le chitarre delle serenate e passata per fagotti, discese e tratturi, si chiude alla maniera dei cantori del 1880, con due versi già scritti da qualcun altro. Ji’ me ne pàrt’ e mme ne vàde vije.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €
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