Calze, quaderni e nessun sipario: Teramo dal 1959 al 2014
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In onda·La Notte dei Serpenti·Ven 4 settembre·21.45·Rai 1Abruzzo
Calze, quaderni e nessun sipario: Teramo dal 1959 al 2014
Dal 1961 sul sedime del teatro di Mezucelli aprirono un cineteatro e la Standa, poi OVS: cinquantacinque anni di Teramo senza palcoscenico, fino al 2014.

Un nuovo progetto di Enrico MelozziThe Classical Rave PartyLa musica classica non è mai stata così punk.Enrico MelozziDomenica 15 novembre, ore 20 · Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma · Romaeuropa FestivalBiglietti su TicketOne →Vivaticket →da 30 €

Terza puntata. La prima ha raccontato il teatro di Nicola Mezucelli, la seconda le delibere che lo condannarono e il piccone del 30 novembre 1959. Questa racconta il tempo di mezzo: i cinquantacinque anni che separano quella mattina d’autunno dal 18 gennaio 2014, quando la storia si è rimessa in moto davanti alle vetrine di un grande magazzino chiuso. Il riferimento resta Solo il piccone. Come abbattemmo il teatro comunale di Teramo di Elso Simone Serpentini, della nostra redazione (Artemia Nova Editrice, 2015), il libro che a quel tempo di mezzo dà la sua chiave: una città può vivere a lungo senza accorgersi di cosa le manca, finché qualcuno non glielo mostra.
Il cantiere fu rapido. Dove per novantun anni c’era stata la sala a ferro di cavallo sorse un edificio nuovo, inaugurato nel 1961, che teneva insieme due funzioni: un cineteatro moderno e, sul fronte di corso San Giorgio, un grande magazzino della Standa. Il progresso aveva mantenuto la sua promessa commerciale. La Standa portò in centro i banchi, le commesse in divisa e i prezzi fissi, e per generazioni di teramani quel punto del corso significò calze, quaderni e regali di Natale, non Verdi. Con gli anni l’insegna cambiò in OVS, il cinema al piano interrato continuò la sua programmazione, e la parola «Comunale» rimase attaccata a una sala per proiezioni. Il Centro, ricostruendo la vicenda anni dopo, avrebbe definito l’edificio sostitutivo «un brutto scatolone». Il giudizio estetico si può discutere. Un dato invece non si discute: dentro quello scatolone non esisteva una torre scenica, e senza torre scenica una città non può ricevere un allestimento teatrale vero, né lirico né di prosa.
La perdita non fu soltanto architettonica, e conviene contarla. Il teatro del 1868 aveva 608 posti, 56 palchi, un palcoscenico di circa duecento metri quadrati con macchineria per muovere le quinte: era il requisito fisico per cui le compagnie di giro, quelle di Adelaide Ristori e di Ermete Zacconi, mettevano Teramo in calendario. Sparito il requisito, sparì il calendario. Le stagioni di prosa dovettero adattarsi a spazi nati per altro, il pubblico teramano prese l’abitudine di spostarsi verso altre città quando voleva l’opera, e i mestieri del palcoscenico, macchinisti, attrezzisti, orchestrali, sarte, persero il luogo dove a Teramo si imparavano. Con la Sala della Cetra, demolita insieme al resto, se ne andò anche il vivaio delle filodrammatiche. Un teatro attivo tiene in piedi una filiera di lavoro e di apprendistato che non lascia traccia nei bilanci comunali finché c’è, e che quando manca si manifesta per sottrazione: meno date, meno mestieri, meno ragioni per restare. Serpentini, nelle sue ricognizioni sulla Teramo teatrale, documenta quanto fitta fosse stata quella rete di compagnie, orchestre e dilettanti tra Ottocento e Novecento, ed è il confronto con quella densità a dare la misura del dopo.
Qualche traccia materiale sopravvisse, in ordine sparso. Il lampadario di Carlo Ferrario, come raccontato nella scorsa puntata, uscì dal cantiere verso un deposito comunale e poi verso il nulla, con una delibera del febbraio 1960 rimasta senza consegna; nella chiesa della Santissima Annunziata di via Nicola Palma pende ancora oggi un lampadario molto somigliante, forse una seconda fusione. Le fotografie della facciata e della sala finirono negli archivi e nei cassetti delle famiglie. I documenti del fondo Mezucelli riposano all’Archivio di Stato di Teramo. Per decenni questo fu tutto ciò che restava: ottone, carta, gelatina d’argento.
Poi la memoria cambiò strumento. Tra il 2011 e il 2013 la questione uscì dai cassetti per vie diverse e convergenti. Nel giugno 2011 Fabrizio Primoli pubblicò per Palumbi una monografia sul teatro scomparso, costruita su documenti d’archivio e fotografie d’epoca, con le schede tecniche della sala e della macchineria; la presentazione, il 10 giugno 2011 nei locali della Banca di Teramo, tra le iniziative per i centocinquant’anni dell’Unità, portò la vicenda davanti alle autorità cittadine, prefetto compreso. Sul web nacquero pagine dedicate alla Teramo demolita, con le foto d’epoca del teatro accostate allo stato attuale del corso, e un gruppo, oltre cinquecento iscritti, arrivò a chiedere per iscritto la ricostruzione fedele:
Riteniamo che l’unico modo per evitare altri scempi architettonici sia riprodurre fedelmente l’opera di Mezucelli.
Il teatro scomparso comparve perfino tra i Luoghi del Cuore censiti dal FAI, segnalato da cittadini che non l’avevano mai visto. È un dettaglio su cui vale la pena fermarsi: nel 2013 il più giovane teramano che avesse assistito a uno spettacolo nella sala di Mezucelli aveva superato i sessant’anni, eppure a chiederne il ritorno erano soprattutto i nati dopo il 1959. La nostalgia di seconda generazione è un sentimento documentabile, in questo caso: firme, iscritti, voti al censimento. Non nasceva dal ricordo, nasceva dal confronto tra le fotografie e la vetrina.
Intanto la vetrina si era svuotata. L’OVS aveva lasciato i locali di corso San Giorgio, e il fronte commerciale che nel 1959 aveva giustificato la demolizione stava vuoto in pieno centro, saracinesca abbassata, mentre il cinema al piano interrato proseguiva per conto suo. Nel gennaio 2014 quel vuoto era lì da tempo, visibile a chiunque passasse. La mattina del 18, un sabato, un gruppo di artisti alzò la saracinesca. Come, e con quali conseguenze giudiziarie e politiche, lo racconta l’ultima puntata giovedì prossimo: quattordici giorni di occupazione, uno sgombero all’alba, un processo, e un cantiere che oggi promette di restituire alla città quello che il piccone aveva tolto.
Il testo è delComitato tecnico-scientifico del Serpentario

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